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Nel Castello di Armunia - Armunia Festival 2004 - intervista
al direttore artistico, Massimo Paganelli di Franco Baldasso
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Questo
luglio per tre giorni siamo stati ospiti nel Castello Pasquini a Castiglioncello
(LI). Cera Inequilibrio, la prima sezione di Armunia Festival, dal
7 al 18 luglio a Castello Pasquini di Castiglioncello (LI), uno dei più
importanti incontri di teatro e danza in Italia. Ogni giorno spettacoli di ricerca
da sera a notte. Per tre giorni abbiamo visto, commentato, partecipato insieme
allo staff organizzativo e agli stessi artisti unatmosfera tutta particolare,
quasi unisola che non cera. Prima di raccontare le nostre impressioni
sugli spettacoli incontriamo Massimo Paganelli, direttore artistico del festival. -
Come è nato il progetto Armunia?
- La mia intenzione era quella di provare a costruire un progetto
che usasse il teatro come una grande mallevadoria per parlare di
altro, per parlare alle coscienze, alle persone, a chi ancora voglia
di emozionarsi, incuriosirsi, anche di arrabbiarsi: provare a parlare
anche di rabbia attraverso la poesia.

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Reportage Chernobyl - di
Simona Gonella e Roberta Biagiarelli, a cura di Valentina D'Amico
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La
notte del 26 aprile 1986 alluna, ventitre minuti e cinquantotto
secondi lUcraina si ferma. Si ferma senza esserne consapevole.
Quello che sembra un banale incidente come ne capitano tanti allinterno
di impianti industriali si trasforma in una delle più grandi
tragedie che colpiscono la Russia e lEuropa tutta. Lo spettacolo
di Simona Gonella e Roberta Biagiarelli parte proprio da qui, dal
ricordo, dalla denuncia, dal desiderio di dar voce a chi non è
mai stato ascoltato pur avendo vissuto sulla propria pelle la sciagura
del più grande disastro tecnologico del XX secolo.

.:Teatro
della Valdoca - Paesaggio con fratello rotto fango che diventa luce, tre tappe
spettacolari ideate e dirette da Cesare Ronconi, a cura di Daria Balducelli
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Per me si va ne la città dolente, /per me si va ne letterno dolore,/
per me si va tra la perduta gente. /Giustizia mosse il mio alto fattore: /fecemi
la divina podestate, /la somma sapienza e l primo amore./Dinanzi a me non
fuor cose create /se non etterne, e io etterno duro./ Lasciate ogne speranza,
voi chintrate". Questa, a mio avviso, potrebbe essere lepigrafe
dellultimo lavoro della Valdoca; un avvertimento doloroso e violento che,
per tutta la durata dello spettacolo, martella le coscienze degli ascoltatori
attoniti.

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Andromaca da Euripide Poema eroicomico in prosa - di Massimiliano
Civica, a cura di Valentina D'amico:.
La tecnica affabulatoria
di Andrea Cosentino incanta e quasi stordisce lo spettatore. I continui
cambi di registro, il passaggio dal drammatico al comico, luso del refrain
musicale tratto da Il mago di Oz, tutto contribuisce a creare una piece contraddistinta
da una comicità colta e raffinatissima. Il monologo scorre rapido attraversando
la mitologia greca in modo ironico e disincantato, la gestualità irresistibile
di Cosentino permette di rappresentare i vari personaggi con pochi semplici tratti.

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Grand Guignol - Tre
testi del teatro del Grand Guignol: LArtiglio, Passa la ronda, Il ritorno uno
spettacolo di Massimiliano Civica, a cura di Irene Fantappiè
:.
Tre
storie di donne e niente scena, niente gesti, niente costumi, e niente donne.
Quattro uomini sul palco narrano tre storie tratte dal Grand Guignol; neutri in
tutto e per tutto, nella recitazione, nellaspetto, nella voce, immobili
come una pagina di libro, che eppure racconta. Le donne nelle storie sono
lelemento dirompente, che sconvolge lordine, che spicca il salto nella
morte, nellamore romantico e proibito, nellallucinazione. Gli uomini
radicati sul palco sono invece una base ferma e piatta che scandisce il racconto;
sembrano essersi trasformati nel supporto della storia, nel foglio di carta, nella
pagina scritta.

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Il viaggio di Girafe al ritmo dei perditempo - di Roberto
Abbiati, Francesco Niccolini, Carlo Rossi,
a cura di Valentina D'amico:. La
casetta nera situata nel parco del castello si apre ad accogliere gli spettatori
risucchiandoli così nella visione di uno spettacolo che ha la verve comica
ed il ritmo vivace di una fiaba per bambini, ma, nello stesso tempo, la raffinata
eleganza e la maturità scritturale degli spettacoli adulti. Il viaggio
della giraffa che, dallAfrica, giunge in Francia nel 1824 in seguito ad
una fitta serie di avventure e peripezie, costituisce il filo conduttore, il leit
motiv al quale si fa costantemente ricorso per portare avanti la narrazione che
ogni tanto si arena a causa delle scaramucce verbali (e non) tra i due protagonisti.

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Loretta Strong di Copi, a cura di Daria Balducelli
:. Entrare
nella stanza di Loretta significa invadere unintimità celebrata da
ogni oggetto affastellato sulla tavola da cucina. La biancheria, le stoffe colorate
e i tappeti variopinti delimitano uno spazio familiare che, tuttavia, appare in
sospensione: come se quellinterno domestico nascondesse una forza intestina
pronta ad esplodere. Lincubazione di Loretta è iniziata.

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Due di
e con Leonardo Capuano e Renata Palminiello, a cura di Daria
Balducelli :. Sembri
la donna di un lanciatore di coltelli , esile esile, fina, fina, aiuto aiuto. Due
come non è il sole sulla terra, due come la fede di ununione. La
coppia, il misterioso modo di stare degli amanti. Agli
spettatori di Due parrà di far scorrere tra le dita la pellicola
di un film in bianco e nero, uno di quelli che si vedono nei cinema dessai;
magari stando da soli, certamente in silenzio, per non farsi sfuggire nulla. Nei
dialoghi di Renata Palminiello e Leonardo Capuano si ravvisano brani di unacutezza
formale davvero rara nella drammaturgia contemporanea, frutto di un lavoro che
è un elogio alla lentezza e ai silenzi da essa evocati.

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Il cielo degli altri testo
César Brie, con frammenti del gruppo e di Nassim Hikmet regia
di Cesar Brie, a cura di Daria Balducelli :. Ci
sono dei sacchi di juta, uno per ogni storia, e da ogni sacco di juta slegato
il grano scende scandendo i tempi dello spettacolo. È pioggia a dirotto
sullombrello di due amanti, è lo scempio della malattia sul viso
tumefatto di lui che non ritorna, è unione tra padre e figlia. Ho
perso la lingua è la frase scritta sui foglietti di carta che, a
inizio spettacolo, le donne immigrate scartano dalle loro bocche ribadendo la
situazione di disagio nella quale vivono in Italia.

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