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Bologna
ancora una volta noir: intervista a Matteo Bortolotti di G.
Iazzetta :.
Un ex prete
senza più un Dio, prostitute malmenate, un albanese che cerca la
sua vendetta, borghesi che si improvvisano criminali per noia e cardinali
corrotti: è la galleria di personaggi dell'ultimo noir che ha scelto
Bologna come ambientazione. Matteo Bortolotti, 26 anni, racconta l'umanità
derelitta della periferia cittadina nel suo romanzo d'esordio Questo
è il mio sangue. Ha alle spalle un'eredità fin troppo
ingombrante. La migliore scuola dei giallisti italiani, quella dei Macchiavelli,
Lucarelli, Rigosi e tanti altri, con la loro Bologna teatro di crimini,
umanità derelitte, oscuri traffici. E invece di restarne ingabbiato
ne assorbe gli insegnamenti e volta pagina, svelando ai suoi lettori nuovi
aspetti di una città che è esplosa in pochi anni con tutti
i suoi problemi e le sue ipocrisie. Il romanzo è edito da Colorado
Noir, la costola di Mondadori nata per creare un canale privilegiato tra
la pagina "nera" e lo schermo cinematografico. E quella di Bortolotti
è una prosa dalla grande efficacia visiva, e il suo stile asciutto,
freddo come la Bologna che descrive.
Bologna ancora una volta noir. Nel tuo romanzo ci sono riferimenti
precisi a strade, piazze, chiese, ma è davvero così realistica
l'ambientazione nel tuo romanzo?
Il racconto noir è di fantasia, ma è ambientato a Bologna,
città che conosco molto bene, con una precisa base di quotidianità
nel racconto. Sulla base di questo stabilisco un patto con il lettore:
il contesto è credibile ma non reale. Il mio prete si deve muovere
in un contesto focalizzato, a non più di due spanne da terra. Volevo
raccontare la periferia, raccontare la città in modo nuovo, diverso:
reale è la presenza degli immigrati, reale la piccola criminalità
di periferia, la prostituzione, i piccoli furti. Bologna è come
tante città che sono cresciute troppo velocemente, senza controllo.
Abbiamo giocato negli anni Settanta con l'immagine della città
accogliente e bonaria. La verità è che i bolognesi hanno
bisogno degli studenti, purché paghino. Bologna ha tantissime chiese
e continua ad essere spesa come Bologna la rossa. È una città
piena di contraddizioni e mi piace comunicare in un romanzo quello che
c'è di buono e quello che c'è di marcio. Scavare a fondo.
Non è il momento del romanzo rosa questo. Tempo fa uscivano romanzi
sulla fine del mondo. Io scrivo in un tempo di mondi già finiti.
Perché hai scelto proprio i criminali della periferia?
Cerco di far vedere l'umanità che c'è dietro la disumanità
del crimine. Parlo di personaggi schiacciati, asfissiati dalla realtà
criminosa che sono costretti a vivere. È il mondo degli ultimi,
degli emarginati. Chi vive nel crimine fa fatica a capire come funziona
la vita. Un albanese come Milan, per esempio, pensa sia normale la vendetta
perché da sempre conosce il codice Kanun. Ma alla fine non capisce
di più la vita neanche il borghese che si dà al crimine
nel weekend, solo per noia.
Che ci fa un prete in questo contesto?
Anche Walter Maggiorani è un personaggio di periferia, di confine.
È la declinazione del lato istintivo e rabbioso che rende umano
l'essere umano. Ha ucciso, è stato condannato dalla giustizia terrena
e ultraterrena. E una volta uscito dal carcere è costretto a fare
lo stesso per cui è stato condannato, proprio dalle persone da
cui aveva tentato di rifugiarsi. Lui crede di essere un violento, è
schiavo della sua immagine.
Una visione che condivide solo con il commissario Gattamorta
Già, per questo sono amici. In questa figura emerge il confronto
con il noir di tradizione: Gattamorta è la sintesi di tutti i commissari
'bolognesi' da Antonio Sarti a Coliandro. Maggiorani invece se ne distacca
completamente, è un prete che non ha più un Dio.
Ma l'eredità della scuola bolognese è un peso o uno stimolo?
Io sono contento di essere parte di un gruppo. Del resto è il modello
europeista dell'Associazione Scrittori di Bologna: vivere sul confronto
tra gli scrittori ma soprattutto con i lettori e con i cittadini. Per
noi scrivere significa diventare osservatori di una realtà cittadina,
sociale e inevitabilmente politica.
Cosa ti hanno insegnato gli altri scrittori? Immagino molto a giudicare
dai ringraziamenti
Era il primo libro ed erano dovuti. Mi hanno aiutato molto. Sono tutti
scrittori artigiani e mi hanno insegnato a fare l'artigiano. Giampiero
Rigosi soprattutto mi ha spinto a scrivere e riscrivere. Ho curato da
solo l'editing di questo romanzo e l'ho riscritto ben otto volte! Macchiavelli
mi ha incoraggiato a continuare nonostante i difetti dei miei primi testi.
La tua è una scrittura di frasi brevi, efficaci, immagini forti.
Sembra pensato per il cinema. È così?
È inevitabile, sono uno sceneggiatore e sono appassionato di noir
francese, adoro Manchette e la sua immediatezza visiva. Il mio romanzo
non è nato per il cinema, ma non penso ci sia niente di male a
scrivere in maniera visiva. E comunque oggi i romanzi sono inevitabilmente
influenzati dal cinema, dalla radio, dalla tv, dai nuovi media. È
la cultura del nostro tempo.
A cosa attribuisci il tuo successo, così raro alla tua età?
Il talento per me non esiste, esistono molti altri fattori che portano
al successo, nel mio caso una città piena di scrittori, il lavoro
continuo, la determinazione, il desiderio, la passione. Ma non mi sono
definito scrittore prima che lo facesse Lucarelli per me. Mi sento più
un artigiano che usa un vettore, l'arte, per comunicare temi, emotività.
Ho un atteggiamento nei confronti del lavoro come costante crescita. La
narrativa si fa partendo dalle gabbie, con il tentativo di deformarle
e poi di spaccarle. Ma ci vuole tempo, se riesci a farlo subito sei il
nuovo Joe Lansdale. Scrivere è partire da punti definiti, da scardinare.
Cosa c'è di te in questo romanzo?
I personaggi sono tutti modi di come vivo la rabbia. Quella di Walter,
che si pretende violenta, autodistruttiva di Svetlana, di rivalsa di Mara.
A me non piace dire, preferisco mostrare. Quella struttura a gabbia di
cui parlavo serve proprio a questo, sia allo scrittore che al lettore,
a raccontare le storie. E secondo me le grandi storie mostrano. Mostrano
per esempio come ci si sente a vivere la vita.
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