.: Questo buio feroce- Compagnia Pippo Delbono di A. D'Agostino :.

Arena del Sole, Bologna, 22-25 febbraio
Si asciuga Delbono in questo ultimo lavoro, allunga i silenzi, riduce il testo, resta in scena come un testimone tra gli altri di quello che accade. Astrazione e messa in scena della morte perfettamente riuscite, come sempre senza intellettualismi e dirette a toccare quel comune lato sensibile e scoperto che lega attori, regista e le più diverse persone tra il pubblico. In questo buio predomina il bianco, colore orientale del lutto, ma per noi occidentali segno primo di disinfezione, pulizia, asetticità: potrebbe essere un surreale manicomio, una sala d'aspetto della morte, un momento -feroce, appunto- di attesa prima di una rivelazione sul nostro sangue. Il bianco è tagliato verticalmente da uno spiraglio, come una porta di servizio da cui si affacciano demoni, figure senza età e senza volto, improbabili maschere veneziane, dame settecentesche... in un alternarsi di quadri sempre perfettamente composti, anche quando estremi. La capacità figurativa e soprattutto evocativa del regista ci richiama in uno spazio interiore non solo di lutto, ma anche di profonda riflessione sulla questione della morte: morte personale, certo, ma anche morte collettiva, in queste malattie che ci mangiano, in questo lento sfarsi della natura aggredita dai nostri possessi.
Se nei "Racconti di giugno" - monologo e dunque evento diversissimo da questo- veniva raccontata una storia, la storia di una vita vissuta e detta in prima persona, qui alcuni drammi di quella storia perdono i loro nomi e cognomi per entrare in una dimensione appunto collettiva, comune, che è quella della malattia (l'AIDS in particolare, ma anche la malattia in senso lato). E ricondurre a universale ciò che è particolare è proprio dell'arte, che si esprime qui in una visionarietà netta e precisa, in spazi dilatati, in figure che sembrano piccole e come arrese a quel bianco che le sovrasta, e arrese persino al loro stesso ruolo (come talvolta capita nella vita). Si viene richiamati a "smettere di essere ciò che si è", perchè solo così possiamo entrare in quel campo misterioso da cui veniamo e a cui siamo inevitabilmente diretti; e allora è giusto sospendere le trame dell'ingegno e della conoscenza cerebrale, del processo logico e della ricerca di consequenzialità nelle scene. Pippo Delbono non ci chiede, così pare a chi scrive, di capire i suoi spettacoli: ci pone degli spazi molto vasti, percorsi da figure in un qualche modo torturate, distorte, rarefatte pur nella loro estrema presenza fisica e evocativa.
C'è una frase, che colpisce e affonda particolarmente, e che forse chiarifica anche questo perdersi della ragione per dar spazio all'inconoscibile (e solo esperibile) altro: "sono stanco dei re".
Stanco dei re della parola e dei re della poesia, dice a un tratto la voce registrata; come se anche la parola, a un certo punto, dovesse perdere i suoi magistrati e i suoi addetti per spaziare in un regno che non è più regno, ma terra dolcemente accogliente anche quando devastata. Come la Birmania, dove il regista dice di avere comprato il libro di Harold Brodckey da cui è tratto il titolo dello spettacolo.
Insomma, un lavoro delicato, sentito e profondo, la cui capacità di avvicinare le persone più diverse, senza per questo essere ammiccante, si è riconfermata in un'Arena affollata da un pubblico variegato. Un lavoro che in modo necessario scuote, dolorosamente e senza condoni, nell'inaspettatamente calda sera di febbraio, una Bologna forse un po' sclerotizzata e certamente ipernutrita.
Unico piccolo strappo, in quest'opera equilibrata e coesa, è forse l'aspetto più dichiaratamente personale: quel "io scompaio, io sto morendo" che, forse, non necessitava d'esser enfatizzato a parole, tanto permeata e piena ne era la composizione fin dal suo principio, dal suo elementare silenzio iniziale.




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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