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.: Torniamo a parlare di Bologna? # 2_Inaugurazione MAMbo e “mimetismo” come possibile evoluzione del concetto di museo di A. Grulli :. Ormai questo articolo lo ho iniziato e finito un migliaio di volte. È sempre difficile trattare un argomento che si sente così vicino e con tante sfumature. La città di Bologna si trova in una situazione strana, piena di potenzialità, che stà sfruttando con risultati contrastanti, ma in cui iniziano a vedersi segnali positivi. Speriamo si sappia far tesoro delle ultime esperienze e si sappia sfruttare le risorse e le attenzioni che sono rivolte alla città. La sera del 5 maggio 2007 una folla di circa 10.000 visitatori, arrivati da tutta Italia, affollava il MAMbo per l’inaugurazione della sua nuova sede all’interno dell’edificio ex-Forno del Pane. Un grande successo di pubblico per il direttore Gianfranco Maraniello e per la mostra scelta come evento iniziale del nuovo Museo d’Arte Moderna: Vertigo. Il secolo di arte off-media dal Futurismo al web a cura di Germano Celant con la collaborazione dello stesso Maraniello. La mostra, come recita il comunicato stampa, intende “documentare gli sconfinamenti e le contaminazioni che si sono stabiliti a partire dalle avenguardie storiche al fine di affermare la caduta dello ‘specifico’ artistico, quale pittura e scultura, a favore di un intreccio multimediale”. Un percorso espositivo che tenta di fare il punto su un secolo che ha visto il progressivo superamento delle barriere tra medium diversi quali pittura, scultura, cinema, architettura, teatro, musica, design, danza, per affermare un’interdisciplinarietà linguistica. L’edificio, con un’importante storia alle spalle, è situato nel centro cittadino e nelle vicinanze della stazione ferroviaria. A differnza della vecchia sede GAM che, trovandosi in zona fiera, era più difficile da raggiungere. Della ristrutturazione se ne è occupato lo studio di architettura Arassociati. All’interno sono stati mantenuti come sale espositive dei volumi dal grande fascino e molto diversi tra loro. Ma purtroppo la ristrutturazione risulta essere nell’insieme dall’aspetto poco interessante. I dettagli e i materiali non possiedono un briciolo di poesia, e al tempo stesso le sale non sembrano avere la praticità del white cube. Le pareti sono affollate di finestre, porte, interruttori, scatolette per i componenti elettrici, e a prima vista sembra difficile trovare un muro “pulito” di grandi dimensioni. Nelle lunette dei portali di ingresso sono inoltre state posizionate due frasi ideate da Alessandro Bergonzoni che riflettono sul concetto di soglia. Si tratta di due interventi di scarso valore, se ne poteva fare benissimo a meno, e sono risolti a livello formale in un modo molto approssimativo. Ma di questi fattori non credo si possa incolpare il direttore attuale, arrivato in corso d’opera della ristrutturazione. Anche la mostra scelta per inaugurare la nuova struttura, però, ritengo sia criticabile. Al suo interno trovano spazio alcune opere bellissime, gli autori più importanti del secolo passato e artisti tra i principali del momento. Ma il concetto base del superamento delle barriere tra le discipline non apporta nulla di nuovo alla nostra visione dell’arte (anzi) e finisce per relizzarsi solo in una grande antologica di opere dalle avanguardie ai giorni nostri. Un vero peccato, visto che per quest’occasione sembra si sia potuto disporre di un budget inusuale per le strutture museali, e poteva essere usato con più coraggio. Soprattutto perché Gianfranco Maraniello in ogni occasione ribadisce come la finalità della struttura da lui diretta sia quella di essere un agente primario della contemporaneità stretta e rivolto al futuro. Rimane il fatto, però, che il successo di pubblico, anche nei giorni successivi all’inaugurazione (a quanto riportano i dati) è davvero alto, e questo riempie di grande gioia, dimostrando come la città mantenga ancora un grande fascino, anche al di fuori dei confini regionali, che potrà e dovrà essere sfruttato in futuro non solo dal MAMbo. Ormai da troppo tempo sembrava impossibile portare una quantità di gente così alta ad una mostra in città. Veniamo ora alla parte che sono più contento di dover trattare, ossia i segnali di ripresa che si sono registrati negli ultimi tempi. Nonostante il tentativo poco riuscito di Vertigo, le ultime due mostre del progetto Coming Soon MAMbo: + Museo – Mostre erano davvero bellissime come se ne è viste poche negli ultimi anni in Italia. Si tratta delle due personali di Markus Schinwald e di Christopher Williams. La prima è stata allestita all’interno delle straordinarie sale del Museo di Palazzo Poggi in Via Zamboni, in cui l’artista austriaco ha mescolato i suoi lavori alle opere del museo di scienze naturali integrandosi alla perfezione e valorizzandosi l’un l’altro. Molti lavori erano stati pensati appositamente per gli spazi e richiamavano così tanto l’aspetto degli oggetti conservati solitamente nel museo che riusciva difficile distinguere gli uni dagli altri. Anche seguendo la mappa con la posizione delle opere, distribuita a inizio percorso, risultava difficile capire quale lavoro era di Schinwald e quale oggetto apparteneva al museo. Inoltre alcune opere non erano segnate nella mappa. Sono stato tre volte a visitare la mostra e ho sempre trovato cose nuove, non viste in precedenza. Un effetto voluto e calcolato che aumenta la magia di visitare una mostra che riserva continue sorprese. L’artista americano Christopher Williams è intervenuto sull’edificio della vecchia GAM, in zona fiera, come ultima mostra nella vecchia sede. L’edificio è stato ripulito di tutte le aggiunte che si sono accumulate in trent’anni, riportando la struttura alla disposizione del 1 maggio 1975, giorno in cui è stata inaugurata. Sono state quindi abbattute parti di muro, lasciando in alcuni punti i calcinacci a vista o i segni di rimozione del cartongesso, in modo che si potesse discretamente intuire l’intervento. All’interno delle sale sono state esposte le particolari pareti mobili per le esposizioni ideate dall’architetto dell’edificio Leone Pancaldi, le teche da lui disegnate, opere di altri artisti come Asger Jorn o Franz West, pubblicazioni del periodo (straordinario il catalogo dell’inaugurazione, con in copertina stampato il programma degli eventi che si sarebbero succeduti, uno più importante dell’altro), e altri oggetti, il tutto per mettere in relazione il presente e il passato dell’istituzione, la sua imminente chiusura e l’apertura, facendo dialogare questi due momenti fino a ribaltarli l’uno nell’altro. Era poi esposta una serie di fotografie dallo stile algido e apparentemente fuori dal tempo (quasi con uno stile da catalogo di prodotti industriali), dello stesso Christopher Williams, incentrate su particolari della vita nei paesi dell’est prima della caduta del muro: un palazzo prefabbricato, una macchina fotografica polacca, macchinari industriali, etc. Una mostra che è riuscita a infondere una senso di grande nostalgia per l’abbandono della struttura, rivelandola ancora più bella e facendoci capire quanto stiamo perdendo. E di queste due mostre, ripeto: straordinarie, non è stato ancora pubblicato nessun catalogo, e gira voce che non ne verranno pubblicati, nonostante si tratti di due casi in cui un catalogo è fondamentale per la trasmissione del lavoro fatto per come le opere si sono fuse nel tessuto dello spazio espositivo. Finalmente inizia anche a delinearsi all’interno di questa particolare programmazione un taglio forte e innovativo, che reinquadra anche due interventi precedenti, altrettanto belli, come quelli dei Building Transmission e di Ryan Gander (di cui abbiamo già parlato). In tutti è quattro i casi infatti l’impronta comune è quella di una forte strategia del “mimetismo”. Gli interventi agiscono sul luogo espositivo solo grazie a lievi slittamenti di senso del luogo stesso, e difficilmente sono riconoscibili. Occorre leggere, documentarsi, seguire le indicazioni per capire dove trovare e come interpretare il lavoro. Sembra che da Bologna arrivi una risposta alla tendenza dominante del museo come luogo di spettacolarizzazione e di turismo di massa insieme ai parchi di divertimento. Una nuova strada viene aperta, una strada fatta di discrezione, silenziosa, che richiede un maggiore impegno da parte del visitatore, ma che al tempo stesso gli dona maggiore dignità intellettuale. E finalmente si assiste a un tentativo riuscito di superamento del classico concetto di museo; da luogo in cui vengono messe in mostra opere dell’ingegno, a luogo in cui vi vengono nascoste ad arte. Una strategia dalle evidenti connotazioni politiche; il rifiuto di una determinata scala di valori dominanti nelle politiche espositive per scegliere una strada nuova e altre priorità. Può essere considerata anche una tendenza opposta alla teoria tanto in voga della Postproduction esposta da Nicolas Bourriaud: a differenza di artisti che attingono dalle altre opere o dalla produzione culturale per poi rielaborare questi “furti” inserendoli nel proprio lavoro, nel caso degli artisti che utilizzano strategie mimetiche, assistiamo al posizionamento di una data opera all’interno di un contesto tentando di alterarlo il meno possibile. Sembrano tentativi di raggiungere il grado zero della distinzione tra opera d’arte e realtà, in cui l’opera si annulla per diventare solo un ulteriore parte del mondo. Tanto che talvolta è difficile capire quali delle cose che vediamo già erano presenti e quali vi sono state inserite (o anche solo capire se effettivamente in un determinato luogo vi è stato un qualche tipo di intervento), in quanto la fusione è totale. Viene in mente la scritta al neon di un’opera di Martin Creed, altro maestro del mimetismo, esposta sulla facciata della Tate Britain di Londra che diceva the whole world + the work = the whole world; non solo non vi è distinzione ontologica tra arte e realtà, ma ormai, spesso, anche superficialmente la somiglianza è totale (o forse nella sua visione vi è anche una denuncia di inutilità dell’arte?). Da quanto riesco a intuire queste mostre sono dovute maggiormente alla volontà di Andrea Viliani piuttosto che a Maraniello, ma è merito di quest’ultimo l’aver chiamato un bravo e giovane curatore, capace di coinvolgere artisti conosciuti ovunque ma che lavorano poco, o niente, in Italia. Purtroppo però queste mostre non hanno attirato l’attenzione che meritavano da parte dei media. Mimetismo che si ritrova anche tra le caratteristiche principale della città stessa: una città discreta con le sue nebbie i suoi colori rosso-bruni delicati, con le sue notti buie e i suoi portici. Gli artisti stessi che vi risiedono portano avanti un tipo di lavoro spesso discreto. Basti pensare a Flavio Favelli con i suoi mobili-scultura, nei quali a volte è difficile capire che tipo di intervento vi è stato apportato. Il suo bancone e gli scaffali realizzati per il bar del MAMbo sono la parte più riuscita di tutto l’edificio. L’accordo importante con l’Unicredit per l’acquisto di opere e l’attestarsi del Furla come il principale premio italiano per la giovane arte sono ulteriori dati positivi, non solo per la piazza bolognese ma per tutta Italia. All’interno della cinquina finale del Furla erano inoltre presenti i due artisti emergenti più importanti a livello nazionale, Luca Trevisani (il vincitore) e Nico Vascellari (selezionato per il padiglione del DARC alla Biennale di Venezia dedicato agli artisti under 35), ed entrambi gravitano come base sulla capitale emiliano romagnola, nonostante i molti impegni internazionali. Rimangono solo da risolvere alcune pecche dell’organizzazione del premio, come una maggiore chiarezza nei criteri di preselezione, in cui sono stati fatti i nomi di artisti di primissimo piano che evidentemente non rientravano nell’età, sia professionale sia anagrafica, su cui gli organizzatori volevano puntare per i finalisti. Rimane solo da sperare che questa ventata di novità positive riesca a dare i suoi frutti e permetta a Bologna di tornare protagonista sullo scenario nazionale e non solo.
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