.: Reportage dalla 4 Berlin Biennale - of Mice and Men
(ovvero
Melancholy and the Infinite Sadness)
di A. Grulli :.


Walter Benjamin sarebbe fiero di Maurizio Cattelan, Massimiliano Gioni e Ali Subotnik, che per questa quarta Biennale berlinese d'arte contemporanea (www.berlinbiennale.de) ci hanno resi tutti dei flaneur. L'idea dei tre curatori di dislocare tutta la biennale lungo una strada, Auguststrasse, nel quartiere del Mitte, si è rivelata infatti davvero piacevole e coincide con una delle anime della città. E' stato divertente andare avanti e indietro per la via, guardare un'opera, incontrare qualcuno di conosciuto (ed erano davvero tanti gli italiani nei giorni dell'inaugurazione), prendere un caffè nei bar, o perdersi in una delle viuzze laterali cercando una galleria. La maggior parte dei lavori sono allestiti all'interno di due edifici: il KW Institut for Contemporary Art (www.kw-berlin.de), ente organizzatore dell'evento, e l'ex scuola ebraica per ragazze, oramai abbandonata da anni. Le altre opere sono state esposte invece con una tale sensibilità all'interno di abitazioni, container, uffici, architetture abbandonate, una chiesa, un cimitero, insomma luoghi comuni utilizziati ogni giorno, che finiscono per fondersi perfettamente con la vita quotidiana. Una strada vista più che altro come dimensione psicologica e cha farà da filo conduttore di tutta la mostra. La scelta richiama alla mente due esperienze passate: la prima Biennale di Berlino intitolata 37 Rooms, nella quale 37 curatori erano stati chiamati ad allestire altrettante mostre in stanze dislocate nei paraggi di Auguststrasse, e precedentemente l'esposizione Chambre d'Amis di Jan Hoet. Gli spazi sono molto caratteristici di Berlino, delle sue varie fasi, e possiedono quasi tutti una loro storia significativa. Ne è esemplare la ex scuola ebraica abbandonata da una decina di anni, al cui interno possiamo compiere una passeggiata nel passato perchè le sue stanze sono vere e proprie capsule temporali rimaste intatte da diversi periodi del secolo scorso, come uno scavo archeologico che faccia emergere differenti strati temporali. Tipicamente berlinese è anche questa occupazione di numerosi spazi abbandonati che risultano evocativi e densi di storie.



Ballhaus Mitte
Auguststraße 24/25, Berlin-Mitte
Photograph Uwe Walter


Il titolo della 4 Berlin Biennale, comprendente una sessantina di artisti, è stato rubato da un romanzo (Uomini e topi) di John Steinbeck del 1930, che a sua volta si era ispirato al poeta ottocentesco scozzese Robert Burns. Entrambi gli scrittori e il titolo sono evocativi di tutta l'esposizione, che non puo certamente essere vista come una mostra a tema. La sensazione generale è più che altro quella di un umore di fondo che percorre tutta la mostra. Un umore cupo. E' come se le opere diano costantemente la sensazione di parlarci dell'animo umano ma sempre "degradato" ad un livello sottostante. Una natura umana a cui manca qualcosa, che è scesa un gradino sotto, e che ha perso una parte importante e felice della sua essenza e dignità. E proprio in questo degradamento l'uomo si avvicina, e talvolta si confonde, con gli animali. Senza scomodare il facile esempio di barboni e senza casa costretti a vivere con topi e scarafaggi, basti pensare all'espressione bestiale di un ubriaco (mi è rivenuto in mente un passo di una poesia di pasolini che -se non sbaglio- dice "il padre di famiglia, reso una bestia cretina dal frascati"), tema del video del 1999 di Gillian Wearing. Oppure a figure che da sempre simboleggiano una degenerazione dell'uomo come i vampiri, ai quali possiamo trovare riferimenti nel video dell'artista americana Aida Ruilova intitolato Tuning. Come dichiarano gli stessi curatori "quando uomini e topi finiscono insieme significa che le cose non vanno bene".

Gli stessi oggetti dell'uomo, che ne costituiscono l'essenza e che ne sono simboli, ovviamente subiscono il medesimo processo. Le stanze dell'artista italiana Micol Assael sono spazi inabitabili e da incubo, e le bandiere di Pravdoliub Ivanov, fatte di metallo ricoperto di terra, non possono certo garrire a nessun vento, anzi sembra che potrebbero sbriciolarsi solamente sfiorandole.
Un icontro, quello tra uomini e animali, che fa uscire con le ossa rotte anche questi ultimi, essendo più che altro visti come metafore dell'uomo. Per fare solo un esempio i cavalli di Berlinde De Bruyckere sono cadaveri-moncherini accasciati, dagli arti mutilati e senza occhi. Come spiega Maurizio Cattelan nel catalogo "è una mostra su uomini che hanno sensazioni e un carattere da animali e animali che sembrano terrificanti e impauriti come uomini". Ma soprattutto sembrano impauriti e capaci di tutto come adolescenti e bambini, forse le figure più ricorrenti della mostra. La cornice della ex scuola già piegava buona parte dell'atmosfera generale verso questo periodo della vita, la fase problematica per eccellenza in cui si passa continuamente dal caos alla tristezza, dal senso di onnipotenza all'insicurezza, dalla felicità alla cattiveria. Alla scuola si è aggiunta innanzitutto la figura del geniale drammaturgo polacco Tadeusz Kantor, presente con una parte della scenografia della sua opera cardine, La Classe Morta, degli anni 70. Un artista che, morto ormai da qualche anno, se è stato ripescato dal mondo del teatro con uno spettacolo di trent'anni fa evidentemente è indicativo dell'importanza che ha la tematica dell'infanzia-adolescenza. A tal proposito aggiungiamo anche il filmato pieno di inquietudine del russo Viktor Alimpiev (Summer Lightings, 2004) girato in una classe di bambini, il video e i dipinti di adolescenti di Michael Borremans, gli atroci cortametraggi realizzati con la plastilina di Nathalie Djurberg, le sculture di Paloma Warga Weisz, e potrei andare avanti.



Michaël Borremans
Weight, 2005
Video still
Courtesy Michaël Borremans; Zeno X Gallery, Antwerp



E' stato poi stupendo visitare in quei giorni la megamostra Melancholy alla Neue Nationalgalerie e trovarvi continui rimandi di concetti e sensazioni. Al di là di un sentimento melanconico proprio di molti lavori della biennale, colpivano soprattutto le stampe sei-settecentesche in cui si spiegava come fossero le condizioni di tristezza e melanconia continuata a far diventare l'uomo un licantropo o un vampiro. E i numerosi studi fisiognomici in mostra potevano benissimo sembrare documenti-spunti progettuali della scultura di Markus Schinwald intitolata Otto (2004).
Insomma una biennale sviluppata su una strada reale, che inizia con una chiesa e finisce con un cimitero, ma che è pure un cammino interno all'animo dell'uomo che porta fino alla morte, nella quale non troveremo la pace eterna, o la fine, o l'annullamento, ma continueremo a vagare come i vampiri già citati o come i fantasmi dei bellissimi disegni (Dead Artist, 2005) di Benjamin Cottam. Una serie di piccolissimi foglietti bianchi incorniciati da cui emergono leggeri e evanescenti i ritratti di volti di grandi artisti defunti come Marc Chagall o Giorgio De Chirico. Dei fantasmi costretti a soffrire in eterno. Forse l'unica cosa che ci può salvare è l'amore, e mi riferisco alla performance ideata da Tino Sehgal intitolata Kiss (2002). All'interno della suggestiva sala da ballo abbandonata della Ballhaus Mitte, un ragazzo e una ragazza si rotolano per terra baciandosi, abbracciandosi e accarezzandosi in maniera dolce e struggente. Solo questo, due ragazzi sui vent'anni in mezzo a un grande stanzone con le pareti ricoperte di specchi rotti e stucchi, che perde pezzi da tutte le parti: una delle poche immagini positive di tutta la manifestazione, in cui talvolta, come nei veri album di musica dark, il buio viene squarciato da lampi di amore, dolcezza, ironia, estasi e felicità.
I cataloghi e i progetti editoriali sono la restante parte della Berlin Biennale, un'ulteriore diramazione e location, ai quali i curatori hanno dato importanza pari al resto. Quello più interessante, a mio parere, è Checkpoint Charley, un librone che contiene immagini di 720 artisti incontrati nei più svariati modi durante l'organizzazione della biennale e che continua un progetto editoriale, appunto intitolato Charlie, già portato avanti da qualche anno da Cattelan-Gioni-Subotnick. Per ogni artista troviamo un'immagine presa da materiale già stampato, come volantini o cataloghi o riviste, che viene scannerizzata e messa in bianco e nero sul libro. Tutto è volutamente confuso, a bassa risoluzione, stampato su materiale povero e di non immediata comprensione, ma l'effetto generale è molto vivo e fresco. Nelle intenzioni dei curatori vuole essere anche un contenitore di innumerevoli diramazioni della mostra, o un bacino di potenzialmente infinite altre biennali. A scadenze regolare il trio teneva anche un diario della fase preparativa su uno dei principali quotidiani tedeschi, e una rubrica intitolata Five Questions sul bisettimanale berlinese Zitty. Quest'ultima è stata probabilmente la parte meno riuscita del progetto. Le solite cinque domande fatte ad artisti che gravitano intorno a Berlino, continuano un gioco portato avanti da tempo, ad esempio su riviste come Domus, e che sinceramente ha stufato. Le risposte solo raramente sono interessanti e quasi mai trasmettono qualcosa di significativo. I due cataloghi, quello ufficiale e uno più sintetico, sono invece molto belli, e con un sacco di immagini dei luoghi dell'esposizione anche di repertorio.

< Benjamin Cottam
Harry Smith - Dead Artist, 2005
Silberstiftzeichnung auf Papier / silver point on paper
Courtesy Benjamin Cottam; Klemens Gasser & Tanja Grunert, Inc., New York

> Markus Schinwald
Isaak, 2003
Pigmentdruck / pigment print
Courtesy Markus Schinwald; Georg Kargl Fine Arts, Vienna

Reportage realizzato in collaborazione con Alessandro Trapezio


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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