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.:Poesia: se stare su un'isola è questo, quasi quasi io resto di
A. D'Agostino :.
Cabudanne de sos poetas, 30 agosto-2 settembre, www.settembredeipoeti.it
Ciascuno porta con se quel che può. Un costume da bagno, l’idea di un festival. Sul continente un festival viene a volte definito una rassegna, una vetrina, un’occasione, una sfida. Sul continente ci si abitua a un certo tipo di pubblico, di vestiti, di parole. Persino a un certo tipo di paesaggio, di scenario dietro a un palco. Cosa accade quando tutto questo viene stravolto e si approda a una lingua nuova? Forse non si può nemmeno più usare la stessa parola. Ecco perché Cabudanne de sos poetas non posso chiamarlo “festival di poesia” senza timore di essere fraintesa. Forse potrei dire: festa; sì, festa di poesia è il termine che più si avvicina a descrivere quello che è “Settembre dei poeti”. E questo credo sia anche una delle basilari intenzioni di chi organizza questi incontri: in primis Perda Sonadora, un’ associazione culturale che coinvolge moltissimi ragazzi (a carattere volontario) e parimenti Mario Cubeddu, insegnante e amante di poesia che ha trasmesso questa passione a una intera generazione; o ancora i molti altri organizzatori, tra cui il giovane direttore artistico Flavio Soriga, il Comune, la Pro Loco... difficile nominare qui in modo compiuto la sinergia di forze che permette questo accadimento. Mi proverò dunque a darne un parziale affresco.
Prima il mare aperto, poi una terra polverosa, piena di fichi d’india carichi di frutti e buoi rossi al pascolo tra i muri a secco. Così si apre Seneghe, Oristano, minuscolo paese vicino la costa ovest della Sardegna, tra i lampioni le bandierine da sagra di paese, tra i vicoli cartelloni di compensato dipinti a mano con cura e colore, pieni di poesie. Mi chiedo per un attimo se davvero quello, il concerto dei tenores, sia il primo appuntamento previsto. Me lo chiedo perché la chiesa dove si tiene è gremita, piena di bambini, anziani cotti dal sole, madri, fidanzatini; non sembra un pubblico ma una piazza. E questa impressione rimane per tutti i giorni del festival: alle letture dei poeti partecipa tutto il paese, anzi parlando con gli organizzatori scopro che anche dai paesi vicini vengono molti visitatori, mescolando studenti con contadini, madri con scrittori, ragazzini con professori… Tutti partecipano, si affacciano dalle finestre, ballano a coppie sulle musiche tradizionali suonate da Pietro Madau alla fisarmonica, dopo che ha accompagnato la sfida cantata tra due poeti improvvisatori. “Sa repentina” si chiama questa pratica antica, e guardando la piazza piena di gente attenta ad ascoltare gli anziani Efisio Caddeu e Remo Orrù che si alternano a ringraziare i presenti – mantra in una lingua straniera – , comprendo che qui siamo ancora all’interno del cerchio magico della tradizione, della comunità. Comprendo insomma che qui la poesia non è una cosa a sé stante, un qualcosa da incentivare o promuovere, bensì una parte della realtà, un bisogno vero, qualcosa che è persino usuale considerare parte della vita. È questo forse che noi abbiamo perso; a noi resta l’artificio, restano i tentativi di “avvicinarsi alla gente”… mentre quello che si è respirato a Seneghe è un legame profondo con la terra, con ciò che si è stati, con le madri. Questo rende possibile un senso di ospitalità, un informale benvenuto che significa dividere i pasti assieme in una vecchia sala piena di murales, in cui le donne del paese aiutano il cuoco Elia a cucinare per tutti, mentre i figli spostano le sedie da un evento all’altro, volontari che fanno questo per il piacere di farlo. Forse la parola più adatta potrebbe essere allegria. Allegria che pervade anche gli scrittori che vengono da lontano, come Cucchi, Gualtieri, Clementi, Nori, Loi, dispiaciuto di essere arrivato in ritardo per il “contrattempo” di Viareggio. Non è possibile aggiungere molto di più, se non un senso di stupore sincero nel vedere persone così diverse e così numerose unite nell’ascolto, nella commozione, riempire ogni appuntamento con semplicità e curiosità. Ed è a questo punto che si fa avanti il dubbio, il rischio. Perché il pericolo è imminente, ed è quello di perdere questa spontaneità per diventare tristemente professionali e famosi come lo si è diventati altrove; il pericolo di trasformare questa festa in un “evento”, di perdere le persone per acquisire un pubblico, di non vedere più tra le file di sedie i pastori ma soltanto gli addetti ai lavori. Spero che se questo rischio dovesse rendersi davvero vicino lo si saprà evitare, salvaguardando l’irripetibile bellezza di un accadimento per lo meno nella memoria. Non diventate mai grandi, gente di Seneghe, non abbiate mai ambizioni, non ostentate mai la vostra freschezza, che sarebbe così perduta; questo mi viene da dire. Mi rendo conto alla fine di questo pezzo che non è un vero e proprio resoconto di ciò a cui ho partecipato; ma la gioia è stata troppo grande per ridurla a un reportage. Credo dunque che valga la pena parlarne così, concedermi un po’ d’emozione. Posso solo ringraziare, per quello che ho sentito, per quello che ho imparato, per una cosa vera che è stata offerta da un’intera collettività e che credevo non fosse più possibile.
(foto Ivan Piredda)

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