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"Ci
vuole coraggio per amare la solitudine": nel cinema porno di Danio
Manfredini di A. D'Agostino
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Bologna,
Festival Gender Bender: a Teatri di Vita Cinema Cielo di
D. Manfredini (3-4 novembre 2005). Con Danio Manfredini, Patrizia Aroldi,
Vincenzo Del Prete, Giuseppe Semeraro.

Assistere
ad uno spettacolo di Danio Manfredini è prendere parte ad un evento,
partecipare di qualcosa che accade e che ci riguarda; più che mai
è richiesta la nostra presenza, non come "spettatori"
che aspettano passivamente un travasarsi di "emozioni" dal palco
alla platea, ma, appunto, come presenze che si mettono in gioco, a cui
è richiesta un'attenzione, una predisposizione a vivere in prima
persona quello che è portato alla luce.
L'interno del cinema porno in cui siamo catapultati è brulicante,
pieno di presenze che emergono, scompaiono, riemergono, lasciano presagire
atti sessuali consumati di furia, espongono senza essere provocatori una
fame accesa, inquieta, che sembra non saziarsi nemmeno con ciò
che comunemente viene chiamato eccesso. Questa fame non si placa, si autoalimenta:
è un'urgenza che persiste, che si esprime in una coralità
trasmessa non solo attraverso una miriade di figure (e qui il merito è
anche dell'interpretazione eccellene degli attori), ma anche tramite un
intrecciarsi di musiche, di vicende, comprese quelle raccontate dalle
voci del film a cui stanno assistendo gli spettatori del cinema. Un intero
immaginario che esce fuori dal regno dell'interiorità in un modo
sgargiante, fragoroso, fisico, concreto, ma che al contempo riesce a mantenersi
sempre delicato, leggero, tinto di una fosca e dolorosa voglia d'amore.
E' questo, infine, il vero motore di questi non-eroi. Persino lo sgangherato
Cristo, abbracciato da un dolente angelo della strada travestito, che
giunge traballante sui trampoli è non meno ammaccato dello storpio,
del sordomuto, della cassiera infelice, del marchettaro
e lo stringersi
dei corpi, il mostrarsi, non è mai osceno, quasi ad alludere che
ci vuole coraggio per darsi per come si è. Il limite della "normalità"
si sposta, anzi si scosta, si fa margine ampio e labile, lasciando sempre
maggiore spazio alla comunione e alla tenerezza, alla benevolenza verso
ciò che non si lascia inquadrare, che "deve", nel nostro
profumatissimo oggi, essere tenuto nascosto. Ecco che allora la platea
del cinema porno, col suo guardare verso di noi come fossimo lo schermo
di quel cinema, suggerisce la domanda di quale sia la vera pornografia.
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