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Le menti
migliori della mia generazione. "Urlo" di Pippo del Bono di
A. D'Agostino :.
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"Tutto
è santo", dice Ginsberg. E questo è il punto da cui
pare dipanarsi, con tutta l'ironia grottesca e le unghie affilate di cui
Del Bono è capace, questo variopinto spettacolo andato in scena
all'Arena del Sole a Bologna il 20 e il 21 aprile 2005.
La santità messa in scena talvolta carnevalescamente, talvolta
poeticamente, talvolta nel pieno della rabbia e del dolore, con poche
parole, -quelle, stravolte, del poeta americano- e con tanta musica, dai
metallica ai cori popolari alla musica classica alle canzonette estive
Si è immersi completamente per quasi due ore in un mondo totalmente
visionario, che si appiglia alla realtà per stravolgerla, per tirarne
fuori quell'essenza che il pudore o il benpensare nascondono o rifiutano.
Ammettere, anzi urlare, che c'è qualcosa, davvero, che oggi proprio
non va, che la santità oggi, proprio nei giorni in cui non si fa
altro che parlarne, è la cosa più nascosta e lontana dalla
nostra terra. Non è lasciata libera di essere, è inascoltata.
"Il mio naso è santo. La mia lingua è santa. Bobò
è santo." Quello di cui si dice qui non è la messa
in scena, l'altra messa in scena, quella a cui abbiamo assistito in queste
settimane di fine pontificato, ma una santità dentro le cose, il
loro cuore più sacro, la mancanza di attenzione e rispetto -nel
senso più alto del termine- che a questo cuore nella nostra epoca
vengono sempre più negate. Forse è anche per questo che
per due volte viene ricordato che le pietre raccolte di giorno si trasformano,
di notte, in un cuore di pietra. Quello che Del Bono ha ritratto e denunciato
è un tempo povero, di polvere e di gabbie, in cui poco spazio è
lasciato alla cura di ciò che è essenziale, la via più
difficile, certo, quella meno aperta, forse proprio perché è
quella che ci mette nell'apertura. Ma una speranza è lasciata intravedere,
in tutto questo buio; che, come sempre è, proprio dal buio più
fitto, nel fondo del buio più fondo, si ha l'occasione di vedere
le stelle, e scoprire con quanto stupore le si può, così,
accogliere. Avere cattivi maestri, cattivi genitori, un "cattivo"
tutto intorno è allora bene, perché permette di ribellarsi
ed essere, infine, liberi.
Chi scrive sentiva e sente la necessità di spettacoli come questo,
di opere che si prendano la responsabilità non solo di fare domande
e denunciare i mali più sottili e pericolosi, perché meschini,
della nostra età e civiltà, ma anche di tentare di essere
affermativi e pronunciarsi, mettendosi così a rischio, su possibilità
diverse, su alternative a questa meschinità. Ciò che forse
è meno necessario è la voce a volte un po' troppo grossa
con cui l'essenziale viene, in questo spettacolo, chiamato. Per dire fino
in fondo e per essere ascoltati forse non importa gridare, non c'è
solo la via dello schiaffo con cui colpire chi ascolta; non serve la dedica
ad effetto o il portare in scena il pianto imbandito su una tavola, un
tanto che diventa a tratti troppo. Più di questo dicono la potenza
della musica e delle immagini, le maschere, l'agnellino, lo stare completamente
disarmati dei più fragili, la voce profonda, la poesia del gesto.
Da segnalare, poi, la bravura straordinaria di Gustavo Giacosa, la cui
androgina e perturbante fisicità raggiunge in questo lavoro vette
di autentico incanto.
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