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A Venezia durante il festival ci sono splendide mostre permanenti di
J. Koohestanian :.
Alla ricerca del piccolo Tadzio, passeggiando lungo la spiaggia dell’hotel des baines bambini in carne, comitive ad alta protezione; dal quinto piano vestiti a festa, giù all’entrata. Che splendida temperatura! Poco tempo per contemplare dalla facciata malaticcia, quel cinema d’autore...e Tadzio è già scomparso.
“Die poetische Kraft der Theorie” è il titolo di uno dei lavori della retrospettiva veneziana dedicata ad Alexander Kluge, maestro sopravvissuto al decisivo periodo del nuovo cinema tedesco la cui forza ideologica è espressione delle possibilità “veramente” artistiche della cinematografia. Non ci può essere antitesi più radicale di questa “forza poetica della teoria” rispetto ai lavori che la mostra di quest’anno ha offerto in programma, in concorso come fuori concorso. Ah certo! Qualcosa si è pure salvato! Ma prima l’ imputazione, ben più grave, rivolta contro coloro che hanno scelto un palcoscenico internazionale per abusare di questo gigante impaurito. E che non si parli di cinema popolare.
Innanzitutto le produzioni americane: la dignità delle opere artistiche molte volte coincide con un sano antiamericanismo culturale. Persino il film Redacted di Brian De Palma, nel tentativo di denunciare la spedizione punitiva statunitense con alcune immagini crude coinvolte nella novità di un esperimento tecnologico(è un soldato semplice a filmare), dimostra come l’atto coraggioso della protesta, se tentato dalla decenza della grossa produzione “a sensibilizzare”, si tramuti nel suo contrario: nella spettacolarizzazione dell’evento, occidentalmente vissuto. Insomma! Si parlava di non fare più poesia dopo Auschwitz? C’è chi come De Palma e peggio di lui molti altri hanno aderito con un sospiro di sollievo alla proposta. Si possono scrivere i blog dopo Baghdad?
Meno degli anni scorsi, qualche opera del triangolo Cina-Giappone-Corea si è fatta notare. Lo stile di “Help me eros” di Lee Kang Sheng è però un clone dello Tsai Ming Liang di “Vive L’amour”, tra l’altro produttore della pellicola. La forza delle associazioni mute, l’essenza nascosta: uomini metropolitani, adunata! Nessun risultato. Insieme alle storie alla Zhang Yimou la parentesi asiatica smaschera troppa sufficienza(manierismo?) nella ripetizione dei motivi. Per gli appassionati del cinema dell’estremo oriente e dei diritti umani(dello spettatore, s’intende), si consiglia la frequentazione del Far east di Udine.
La restante produzione mondiale presentata a Venezia 2007 verrà ricordata come la restante produzione mondiale presentata a Venezia 2007. Per non parlare della rassegna dedicata al western all’italiana e voluta dal solito Tarantino, il quale, eretto discutibilmente a polo d’attrazione del cinema mondiale, ha deciso di non presentarsi. Che se ne dica, i biglietti omaggio per “Lo chiamavano trinità” e soci non venivano quasi mai ritirati, nemmeno dalle vaste e malinconiche signore che ogni anno per celebrare degnamente la loro discesa in campo tra i quartieri popolati da cinefili insaziabili, si spintonano per il prosecco e le tartine gratis. Ottima invece la rassegna dell’anno scorso sul cinema sovietico di propaganda.
Grandi nomi quest’anno! Rohmer si apparta in regioni idilliache e lo fa con maestria. Chabrol fa incontrare dei personaggi su di un set. Oliveira scopre che Cristoforo Colombo era portoghese, con eleganza. Ci pensa Kitano a migliorare le tristi sorti di un festival con ben poche note di merito. Il suo “Kantoku Banzai!” è l’ autocelebrazione di un blocco creativo tramite la derisione di una gloriosa attività di cineasta, la propria, di alcuni classici e di altre grosse produzioni commerciali. Kitano passeggia e riflette con in braccio il pupazzo che ne riproduce comicamente le fattezze, passando dall’ironia retrospettiva all’ esplosione di un assurdo fin troppo creativo. I lunghi silenzi che hanno contraddistinto i personaggi di Kitano nei ruoli Yakuza delle opere precedenti sembravano, dopo la visione di questo lavoro, delle riflessioni sullo stesso fare cinema, durante il cinema. S’è vista dell’arte, finalmente, in questa divertente idiozia.
Ha vinto “Brodbeck Mountain”, per la seconda volta. Ha perso invece “La Graine et le Mulet”, un buon lavoro, una storia emotivamente compiuta, perlomeno, che della sonnolenta solennità di Ang Lee conosce ben poco.
Che non si provi però a pensare che la mostra del cinema di Venzia presenti un compendio significativo di ciò che le macchine da presa hanno recentemente consegnato alla memoria. Cattiva annata? Certo però che una riflessione su tanta miseria andrebbe fatta. Quali siano le ragioni organizzative, la competizione con Roma nella scelta di alcune pellicole in cartellone, a qualcuno potrà forse interessare.
Che significa allora individuare problematiche attuali, silenzi portentosi, una fotografia limpida e commovente (soprattutto la fotografia) perchè questi si esauriscano all’interno di pochi “motivi” propulsori? Che senso ha un’ arte che rinchiude le tematiche in generi e sottogeneri senza il proposito di suscitare la benché minima inquietudine (come potrebbe essere quella della perdita di genere)?
Qualche film d’autore a Venezia si è visto. Il dato allarmante è però che i buoni lavori vengono presentati tra le altre realizzazioni senza una coerenza non tanto organizzativa, quanto artistica. La mostra d’arte cinematografica di Venezia è sembrata una ricca collezione senza un criterio intelligente nell’ordinamento dei prodotti. E la ragione di questo problema (sociale?) è l’assenza di una intenzione artistica, vuoto che corrompe il senso del tempo “cinematograficamente” vissuto in tempo organizzato, mostrato, archiviato.

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