| .: Vito Acconci - L'architettura nella mente di una moltitudine :. Che cosa lega la masturbazione sotto una pedana percorsa da sconosciuti all'ipotesi di un nuovo World Trade Center più simile a un groviera che a una torre di acciaio e vetro? Che nesso c'è tra un albergo fatto di capsule trasparenti sommerse e decine di carcasse di automobili utilizzate come ripari di fortuna? La risposta è tutta nella carriera di Vito Acconci. Americano, ma di origini italiane (nasce nel Bronx a New York il 24 gennaio 1940), è stato a lungo un artista dedito all'esplorazione dello spazio corporeo, fotografo, poeta, videomaker e artista performativo. È quindi passato all'architettura, fondando nel 1988 l'Acconci Studio, un team di architetti e designer rivolti specificamente all'allestimento di spazi architettonici, generalmente pubblici, o destinati all'uso pubblico. Acconci ripercorre con il pubblico di Sarzana il suo personale cammino artistico: dalle prime sperimentazioni fotografiche e performances corporee sullo spazio, sul proprio corpo (Acconci che si versa addosso del cibo, Acconci che si infila la mano in bocca fino quasi a soffocarsi...) e sulla relazione nello spazio con il corpo altrui (Acconci e un compagno che si cercano bendati, su un palco, Acconci con un gatto...). Da qui a un lavoro più complesso di interazione con lo "spettatore" della performance artistica, come in Seedbed, performance del 1972 durante la quale Acconci strisciava costantemente sotto una rampa di legno percorsa dal pubblico e si masturbava, mentre di tanto in tanto la sua voce era trasmessa da altoparlanti; oppure la sorta di "casa comunitaria", un ambiente di legno, inizialmente chiuso, che poteva essere aperto solo pedalando su una bicicletta; una volta che il visitatore entrava le porte si richiudevano ed era possibile uscire solo se un altro visitatore all'esterno si metteva a pedalare a sua volta; altre installazioni prevedevano una passerella estesa al di fuori di una finestra, o una gigantesca fionda pronta a sparare un proiettile contro una televisione accesa. Un percorso che, verso gli anni Ottanta, conduce la ricerca di Acconci dallo spazio del corpo allo spazio collettivo: ecco la serie di carcasse d'auto utilizzate come stanze, del 1983. Purtroppo, rivela Acconci, "questo esperimento non mi soddisfece del tutto perché la forma e le dimensioni dei vani erano troppo costrittive: dovevi pur sempre entrare in quella che non era una vera stanza ma un'automobile vuota; inoltre queste auto non potevano essere delle vere e proprie abitazioni perché prive dei necessari servizi, come un bagno o una cucina... dovevo cercare ancora.". Con Face of the Earth, Acconci sperimenta un rilievo artificiale di torba, nelle cui cavità è possibile sedersi, un elemento di land-art, ma anche in qualche modo uno spazio abitabile. Ben presto il percorso creativo di Acconci richiese un approccio integrato e architettonico. Per questo motivo nacque l'Acconci Studio e l'artista iniziò la sperimentazione sullo spazio pubblico, inizialmente proponendo modifiche di edifici già esistenti, quindi vedendosi commissionare, o proponendo autonomamente, veri e propri edifici caratterizzati da un'elevato dinamismo, da superfici curve sviluppate in maniera da avvolgersi su sé stesse, contorcersi, piegarsi, arrotolarsi, cercando continuamente di estroflettere l'interno verso l'esterno e l'esterno verso l'interno, come dei nastri di Moebius. Spazi e forme caratterizzate da un approccio mobile verso lo spazio, centrate più sull'idea di flusso e direzione piuttosto che su una statica ripartizione dei volumi. Vetro, plastica, acciaio, vetro resine, i materiali favoriti dallo Studio, che non disdegna l'arredo di ambienti più ridotti, a misura d'uomo, come un negozio fashion di Tokio. Fra le opere realizzate, spicca l'isola sulla Mur, presso Graz, un luogo collettivo, un punto di ritrovo, teatro all'aperto e bar dall'aspetto vescicaforme, quasi uno stomaco o una coclea collegata a terra da due pontili. Oppure il "liquido" tetto sulla piazza del Canon Performing Arts Centre di Memphis; o ancora i progetti - "non sempre riusciamo a tradurre in realtà queste ambizioni", confessa l'artista - per un albergo e un centro pubblico parzialmente sommersi a Seul, costituito in parte da capsule trasparenti e galleggianti - o per il nuovo World Trade Center di New York. Questo progetto nasce da un meticoloso studio volumetrico al computer e prevede la realizzazione di un parallelepipedo "esploso", cioé attraversato da decine di cavità coniche o a sezione parabolica. "In questo modo, il volume destinato agli edifici è moltiplicato ed è enormemente superiore a quello disponibile nelle vecchie Torri Gemelle", fa notare con un certo orgoglio Acconci. "Se non altro - ironizza - questa nostra scelta farà sì che il prossimo terrorista in aereo passerà oltre, dicendo: 'Beh questo edificio l'hanno già fatto esplodere!'". È il momento per qualche considerazione più seria: "Credo che l'11 settembre abbia condizionato negativamente l'attitudine americana verso quello che è lo 'spazio pubblico'. Ora si mira a chiudere, filtrare, selezionare, uno spirito che è tutto il contrario di quello che ho sempre ricercato, anche se - come a Seul - sarebbe comunque interessante studiare la possibilità di spazi minimi, modulari, una sorta di capsule. Credo che nel futuro, se non cambierà questo trend negativo, avremo un'architettura più 'individuale' che collettiva, almeno sotto certi aspetti." Intervista
Non esiste assolutamente una ricetta per la creatività. Io dico solo: fai quello che credi sia buono o adatto a te e alla tua ricerca. Esplora i territori che desideri esplorare e indagare. Fai le tue esperienze e fai tutto quello che credi sia giusto per il tuo percorso conoscitivo. È essenziale avere un progetto, delle linee-guida, ma non devono diventare delle prigioni. Va benissimo anche la specializzazione, se la si ritiene funzionale, ma bisogna essere in grado, se lo si vuole, di abbandonare le mura limitate di questa conoscenza specifica per esplorare nuovi orizzonti ogni volta che se ne sente la necessità. Piuttosto è fondamentale avere la capacità di trasferire correttamente la conoscenza da un ambito all'altro e di far dialogare tutte queste "voci" in modo proficuo. Molti artisti e creativi denunciano il gap tecnologico, materiale, economico tra il mondo occidentale, o meglio quella frazione dell'Occidente che detiene sempre più conoscenza e mezzi, e il resto del pianeta, globalizzato sul piano economico ma non sul piano della distribuzione del reddito e delle possibilità. Il design è quindi ancora percepito come un bisogno elitario e un "prodotto" costoso. Esistono margini di manovra per un design realmente di massa e sopratutto "democratico"? Perché si dice questo? Tutto è e può essere design. Qualunque soluzione che funzioni per l'altro è buon design. Non esiste il design "alto", di prezzo, e il design "popolare" in quanto tale. Esiste solo la capacità di creare soluzioni e soddisfare bisogni. Ogni progetto è design e ogni design è alla portata di tutti. Ci sono migliaia di esempi di design accessibile. Parliamo di architettura sensoriale, quale crede che sia il senso umano principe nell'architettura? La vista, per esempio, le forme, l'aspetto dell'edificio sono o no un elemento cardine? No, non credo che la vista, specialmente se intendiamo pensare l'architettura come un insieme di "viste" - prospetto,viste laterali, pianta - sia determinante. Meno che mai l'idea di un edificio visto da lontano, con la visuale che lo abbraccia integralmete da un punto prestabilito. No. I nostri edifici vivono perché sono spazi attraversati da flussi, di persone, merci, sono spazi che vengono percorsi e modificati mentalmente mentre li si percorre. Sono volumi e masse aperte nello spazio, in relazione mutevole, organica con l'ambiente. Non hanno assolutamente questa rigidità in stile "vista da lontano". Lo spazio esiste in quanto attraversabile, percepibile da ogni direzione, è interno ed esterno, a volte è chiusura, ma soprattutto è apertura. Piuttosto credo che sia il tatto il senso più coinvolto. Certamente ciò è più vero nel caso di un design per oggetti o cose che puoi toccare con mano, afferrare, sollevare, ma anche un edificio deve essere toccato, anzi è percepito fisicamente da chi lo utilizza: architettura è il corridoio, la scala, la porta, la hall che attraversi e di cui divieni improvvisamente, mentalmente e fisicamente, consapevole. Lei parla spesso di "spazio pubblico", che senso ha lo spazio pubblico nella città del futuro? Posso parlare del caso americano, statunitense. Purtroppo tutto quello che oggi in America è percepito come spazio pubblico è o sta diventando sempre più lo spazio delle corporate, delle aziende, degli affari. Ogni grande plaza delle città americane è un monumento al corporate business, e secondariamente è solo un luogo fisico, molto grande, dove è possibile anche raccogliere la folla. Quindi uno spazio meramente funzionale, ma non simbolico? Esatto. Con le debite eccezioni. Noi come studio d'architettura siamo interessati agli spazi concettualmente più aperti verso il singolo nella moltitudine: le aree residenziali, ma anche ludiche, il parco, lo spazio per i bambini e le famiglie, gli spazi di tutti i giorni. Spazi che devono tenere conto del singolo, ma del singolo-in-relazione con l'altro, mai isolato (altrimenti non sarebbe più uno "spazio pubblico"). Perché lo spazio pubblico è lo spazio di ognuno di noi, lo spazio delle singole realtà personali, che entrano necessariamente in relazione dinamica con tutte le altre realtà personali, interagiscono con l'oggetto architettonico, e costruiscono qualcosa di sempre nuovo e originale. Nel futuro spero che l'architettura urbana sia più attenta allo spazio del singolo-con-il-collettivo. Nel futuro ci piacerebbe sperimentare uno spazio forse più personale, un'architettura "portatile".
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