.: Adonis - Creatività e poesia. Un ponte fra due culture :.

"Ci sono cose che sono indefinibili, come l'amore e la poesia" - questa l'opinione del siriano Adonis, al secolo Ali Ahmad Sa'id Isbir, per la critica il massimo poeta arabofono vivente. Poeta, saggista, intellettuale completo, che ha scelto Parigi come dimora d'adozione ma frequenta egualmente a suo agio New York. Un uomo necessariamente interessato a tutto ciò che corre tra Oriente e Occidente tra la civiltà araba e islamica e il resto del mondo. È ospite del festival anche per parlare della sua ultima opera, il saggio Oceano Nero, edito da Guanda, che analizza il drammatico rapporto la civiltà dei traffici e delle macchine e l'islam diviso tra tentativi di redenzione o rinascita laica e istanze radicali e fondamentaliste.

È concepibile un ponte tra questre culture? O siamo già al temuto (o desiderato?) "scontro di civiltà"? E quale è il ruolo della creatività e delle menti creative, libere, in queste vicende così angosciose?

Adonis si pone come l'uomo del dubbio. "Io sono nato anti-ideologo e areligioso, perché temo molto tutti coloro che hanno la risposta a ogni domanda. E questo genere di uomini si divide equamente tra i religiosi e gli ideologi. Io credo che l'esistenza ci pnga di fronte a domande a cui non è possibile dare una risposta precisa, univoca e definitiva. Non si può dare risposta a tutto."

Questo non vuol dire che riguardo alle relazioni pericolose tra Oriente e Occidente Adonis non abbia una propria idea: "Credo che buona parte del problema, almeno per gli arabi e i musulmani, sia riconducibile a quella minaccia che io ho combattuto per tutta la vita: lo 'shock della civilizzazione'. Vale a dire il dominio della macchina sull'uomo, o il dominio della moltitudine e del meccanismo sul singolo."

Quali uomini sono immuni da questo shock? "Solo i creativi, i grandi creativi: artisti, poeti, scrittori, filosofi.... Dante Alighieri era immune da questo shock, per questo ha parlato una lingua universale." Ed è esattamente l'universalità dell'arte la strada possibile per la composizione dei conflitti, la pacificazione, la scoperta della comune umanità che unisce, rispetto ai contrasti che dividono altri uomini: "C'è shock fra capitale e capitale, tra mercato e mercato, tra militare e militare." Quanto è dunque travolgente un Occidente che utilizza il mercato e le armi come reciproco sostegno, che combatte per i mercati e commercia per combattere, e quanto è grande lo shock fra i jihadisti, tesi alla vittoria di un Islam ipotetico e sognato, inteso come redentore assoluto dei mali dell'uomo arabo. Due monoteismi, "entrambi in quanto tali la causa della guerra e dell'odio, perché assoluti nelle loro pretese di verità e dominio", quello fondamentalista di Bush e quello salafita di Osama Bin Laden, sono invece il pericolo più grande. "Io sono convinto che Bush rappresenti per l'occidente quello che Osama Bin Laden sia per l'Oriente" (una piccola parte del pubblico protesta), afferma Adonis e rincara: "Il monoteismo è la fonte dei nostri problemi e delle guerre che hanno sempre insanguinato il Mediterraneo; questo posso dirlo certamente come conoscitore dell'Islam. Ma lascio a voi la critica del giudaismo e del cristianesimo, gli altri due grandi monoteismi". Eppure, non senza amarezza, Adonis non risparmia le parole: "Io ritengo che Gerusalemme, città tre volte santa per i monoteismi, sia proprio per questa ragione la città più oscurantista del mondo."

La divisione indotta dai mercati e dalla lotta armata è difficile da superare, ma solo la creatività, intesa come anelito all'infinito può redimere l'uomo. "Qualunque logica creatrice è verticale, supera il concetto di tempo e spazio ed è unica nella sua eternità." E la poesia è innanzi tutto trasformazione e linfa vitale contro tutto ciò che complotta contro la vita stessa: le patrie, le istituzioni, il terrorismo, le convenzioni sociali e le circostanze storiche. La poesia è vita, amore, creazione. A tutto questo si oppone la forza livellatrice e barbarica della civiltà delle macchine, dei consumi, dell'automazione: "In arabo - prosegue Adonis - esiste una coincidenza linguistica straordinaria tra le parole 'Dio' e 'Macchina', quasi omofone. Noi siamo prigionieri di due macchine: la macchina ideologica divina, spirituale, e la macchina ideologica tecnica, materiale."

Sarebbero questi due Moloch secondo Adonis i grandi nemici della vita, e possono esere sconfitti solo con la poesia, la creatività, l'amore, la sola via regia per mettere in questione la visione monoteista del mondo, perché ci aprono la porta per conoscere meglio noi stessi.

Intervista

Nella sua ultima opera, Oceano Nero, Lei ha scritto da saggista, ma in quanto poeta sa benissimo che le singole parole sono tutto, sono determinanti. Vorrei partire quindi da due parole che compaiono con un'enorme frequenza nell'opera: "terrorismo" e "fascismo". Perché l'abuso le ha inevitabilmente logorate, rese ambigue e forse bisognose di accurata definizione.
Qualunque governo, dalla democrazia più liberale al regime più autocratico, definisce infatti "terrorista" ogni gruppo che si oppone allo Stato, e in ciò vi è senza dubbio un intento strumentale. Come strumentale è divenuta l'accusa di "fascismo" o "nazismo" utilizzata ormai più per tappare facilmente la bocca all'interlocutore nel dibattito pubblico che per valutare o descrivere il reale. Sul piano politico vale anche la considerazione che il fascismo è un'esperienza storica ormai conclusa e storicamente definita: ha quindi senso utilizzare una categoria storica per descrivere la realtà presente?

Lei ha perfettamente ragione. È vero: questi due termini sono stati banalizzati dall'abuso. Sembra un paradosso, eppure tutto quello che è banale è terribilmente difficile da definire e spiegare. Pertanto io mi "nascondo" dietro questo stratagemma, per difendermi a mia volta dal rischio della banalità: fornisco solo la mia personale definizione del termine.
Nel caso della parola "terrorismo", per me è terrorista chiunque violi la vita quotidiana con la violenza, a qualunque titolo o per qualunque motivo. Parlo di "violazione" e di "violenza" - non a caso due parole semanticamente affini - e di violenza contro la vita quotidiana, un atto che può essere indifferentemente esercitato sia dal singolo che da un gruppo e - cosa assai più importante secondo me - che non è solo e necessariamente un atto politico, ma anche culturale, artistico, sociologico.
Il terrore è una violazione perpetrata ovunque, a qualunque livello e in qualunque ambito. La natura del terrorismo non cambia, ma varia da luogo a luogo, da situazione a situazione, da società a società, solo in virtù del grado o dell'intensità con cui si manifesta.
Il problema è che oggi si enfatizza solo l'aspetto politico del terrorismo, ma io spero che lo si affronti in futuro sotto ogni aspetto, anche e soprattutto perché il terrorismo trascende questo ambito e nasce da un nucleo assai più profondo e terribile: ogni terrorismo nasconde sempre qualcosa di peggio della semplice violenza politica.Quanto alla definizione di "fascismo" mi stupisco molto che un giornalista italiano chieda proprio a me di darne una, visto che l'avete inventato voi [ridiamo]. Come sempre posso dire che cosa significhi per me questo termine.Secondo me il fascista è chiunque creda di essere detentore della verità assoluta, e quindi ritenga di avere la risposta a tutte le domande e chiunque ritenga che la realtà, gli altri uomini, il mondo, debbano esistere solo ed esclusivamente in sua funzione e al suo servizio.

Un egoista, dunque?...


No, preferirei evitare questo termine, perché è troppo psicologico, inadeguato perché non coglie esattamente il senso di quello che ritengo sia il fascismo. Piuttosto io credo che il fascista sia chiunque creda che il mondo debba essere a sua immagine e somiglianza ed esistere esclusivamente a suo beneficio e conformità. Il fascista desidera una realtà immutabile, a meno che egli non decida di mutarla sua sponte. Allora il cambiamento è ammesso. Però, siccome di solito il fascista è intellettualmente limitato e rigido, il mondo a misura del fascismo è un mondo sostanzialmente immutabile.
Come per il terrorismo, anche per la nozione di fascismo è importante riconoscere che non esiste solo un fascismo politico, ma anche un fascismo letterario e artistico, come detto sopra.

Toccando la cronaca di questi giorni, e la questione dell'integralismo, abbiamo visto che la popolazione libanese si è dimostrata solidale con Hezbollah a seguito della crisi militare e a seguito dei bombardamenti israeliani. Come definirebbe queste persone? Integralisti, fanatici? Si può chiamare terrorista chi solidarizza con la milizia Hezbollah dopo aver visto la sua casa devastata dall'artiglieria israeliana e i suoi cari massacrati sotto le macerie? È fanatismo religioso o reazione a un invasore?

No. Io non chiamerei integralista o terrorista chi reagisce all'aggressione militare. Questo è proprio il caso dei civili libanesi che si fanno proteggere dagli estremisti Hezbollah perché le loro case e la loro vita quotidiana sono state appunto violate dall'aggressione e i loro cari sono stati uccisi. Questa è autodifesa, non integralismo o terrorismo.
Tra l'altro in Libano tutti sanno che Hezbollah è una minoranza assai ridotta e politicamente isolata. La stragrande maggioranza dei Libanesi non è affatto intollerante o integralista, ma appunto è divenuta fiancheggiatrice di Hezbollah per necessità, per autodifesa, perché spera che gli integralisti la proteggano da Israele.

Dalla lingua alla cronaca alla filosofia... vorrei chiudere questa intervista citando ancora Oceano Nero: "La violenza, per qualsiasi motivo l'uomo la eserciti, lo fa uscire dalla cerchia umana." Che cosa risponde a chi le obietta che in realtà la violenza, in ogni sua forma, è uno dei tratti tipici, caratteristici, dell'essere umano? Gli animali sono violenti solo per fame o quando devono difendere i propri cuccioli. Non sono stati gli animali a inventare Auschwitz, la tortura, le deportazioni, Sabra e Chatila o Qana, i gulag, lo stupro etnico, ma gli uomini. Uccidere, come ridere, sembra essere una caratteristica genuinamente umana.

Sarei un uomo molto triste, sarei disperato se dovessi pensare che non esista una via d'uscita dalla maledizione della violenza umana. Io invece credo che l'uomo sia un essere in evoluzione e quindi che ci sia spazio per la speranza. Io vedo l'uomo come essere capace di amore e come creatura antiviolenta.
Piuttosto è la violenza a essere caratteristica dell'animalità umana, di ciò che lega l'uomo alle creature meno evolute. Non a caso Aristotele definì l'uomo "animale parlante", quindi anche animale. Proprio perché è un animale in evoluzione io sono certo - e spero - che l'uomo riuscirà a liberarsi dalla prigione della violenza. Un giorno, che spero non lontano, sarà capace di superare sé stesso e la sua animalità.
Anche e soprattutto perché io credo che l'uomo sia al sommo della creazione - intesa non in senso religioso, ma naturalistico - e quindi abbia le capacità per superare la barbarie. Per finire, aggiungo che non è tanto questa selvatichezza di fondo il pericolo attuale, ma la violenza dell'asservimento dell'uomo alla macchina. Ma questo è un altro discorso, lungo, difficile, e non abbiamo il tempo di affrontarlo.



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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