| .: Alessandro Piperno - La creatività nasce dalla vita e dal sangue :. Il primo incontro è stato quello con lo scrittore Alessandro Piperno, che ha ricordato due maestri fonte di ispirazione umana e letteraria: Primo Levi e Vladimir Nabokov. Questi due grandi sono stati per lui fondamentali nell'attivare "quel fremito che sento ai polpastrelli quando mi metto a scrivere al computer". Perché? Perché la creatività - afferma Piperno - nasce dalla vita e dal sangue. Una "strana coppia" di scrittori, segnata da affinità precise e dal grande mistero della loro ispirazione. Sia Levi che Nabokov, se non fossero stati visitati e percossi, in vario modo, dal "demone della storia" forse non sarebbero neppure diventati scrittori. Levi, costretto dall'esperienza allucinante di Auschwitz a fare i conti freddamente con l'orrore ("Auschwitz ha fatto di me un intellettuale"), Nabokov obbligato dal comunismo e poi dal nazismo a emigrare prima in Germania, poi Francia e quindi negli Stati Uniti, dove scrisse il suo capolavoro Lolita. Entrambi hanno perduto la loro esistenza "normale", la loro quotidianità, il primo a seguito dell'internamento nel lager, il secondo a seguito della perdita del padre - ucciso a Berlino nel 1922 da un filomonarchico russo - e del fratello, omosessuale deportato e quindi fatto morire dai nazisti in un lager. Due scienziati, prima che scrittori: Levi chimico e Nabokov entomologo e scacchista. Entrambi detestavano l'imprecisione, odiavano, chiosa Piperno "il birignao esistenzialista degli scrittori del primo dopoguerra", e scrissero nel segno di una "perfetta alterità dialettica": se Levi non cedette mai all'ironia e non si allontanò dalla desrizione dell'orrore, Nabokov si servì invece del suo inglese "artificioso e artificiale", lingua non materna, per poter recuperare le distanze. In
Levi la sofferenza si è chiusa nel mistero del suicidio, del gesto finale.
Ma "Dov'è finito il fratello? Dove il padre di Nabokov?" domanda
ancora Piperno. E risponde tracciando la ribellione così antifreudiana
dello scrittore russo che nelle sue antipatie letterarie - molte e accese, detestava
Pound, Dostoewskij, Lawrence, Lorca, e ovviamente Camus e Sartre - non nascondeva
una certa eccentricità e una buona dose di rabbia. "Nabokov mi pare
un bambino immusonito che è sempre lì lì per piangere, ma
non vuole farlo.", riprende Piperno. Tutti i suoi personaggi sono stati in
qualche modo brutalizzati durante l'infanzia. Forse sta qui il mistero della sofferenza
e dell'ispirazione in Nabokov. Se quello che per Levi era la necessità
di fissare in volto la mostruosità, per Nabokov era la tristezza dell'amore
perduto, il passato annichilito, violato e violentato di Mira, la donna amata
da Pnin, uno dei suoi personaggi, anch'ella una vittima dei lager nazisti. "Bisognava
dimenticare - scrive Nabokov - perché non ci sarebbe stato modo di convivere
con il pensiero che quella giovane donna, piena di grazia, fragile e tenera, con
quegli occhi, quel sorriso, quei giardini e quelle nevi sullo sfondo era stata
portata su un carro bestiame in un campo di sterminio e uccisa (...)", Piperno
confessa quindi: "Darei un braccio per aver scritto 'quei giardini e quelle
nevi sullo sfondo'". |
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