| .: Franco Tatò - Il percorso creativo del manager :.
A lui è stata attribuita la massima "Il management è una grande lotta alla stronzaggine.", ma davanti al pubblico di Sarzana, Tatò più elegantemente sancisce che "Il management è l'arte di soddisfare bisogni virtualmente illimitati con risorse limitate". Il management si può certo imparare, ma non a scuola, neppure nelle blasonate università statunitensi che Tatò non manca di raccomandare alle madri preoccupate per l'avvenire dei figli. E la creatività non è certamente la prima dote del manager; anzi nell'ambiente industriale è guardata con estrema diffidenza. La creatività infatti può fare a pugni con la prevedibilità dei comportamenti, l'autodisciplina, la cautela e la fedeltà, molto meglio - sostiene Tatò - sostituirla con l'immaginazione, la più morbida capacità di prevedere gli sviluppi futuri della realtà. Per non parlare della creatività nel budget. Anche perché - insiste Tatò - "nella vita quotidiana delle imprese si inventa pochissimo. È convinzione comune nell'industria che l'invenzione non arreca valore aggiunto; conta molto di più l'innovazione." Un'altra delle qualità migliori per il manager è la capacità di essere responsabili, perché il management più che un'arte è l'artigianato di chi si assume grandi responsabilità. Tatò quindi traccia per sommi capi la storia del management, nato negli USA come emanazione militaresca della logica d'impresa, e trasformatosi in qualcosa di meno gerarchico ma più relazionale, mobile, reattivo: l'organizzazione aperta, gestionale. Dalla gestione degli uomini e delle risorse alla gestione delle informazioni. Per quanto, su questo ultimo versante, l'informatizzazione abbia falcidiato la maggior parte dei quadri intermedi, resi obsoleti dalla disponibilità di informazioni praticamente istantanee e immediatamente organizzate. Per Tatò resta comunque capitale la capacità di "radunare blocchi di informazioni pertinenti altrimenti non disponibili ai livelli inferiori". Quanto all'Italia "creativa" dal punto di vista industriale, Tatò fa notare che purtroppo - in luogo di una sana innovazione - si ha un certo "gattopardismo" in cui si cambia tutto per non cambiare davvero nulla. All'estero, specialmente nell'impresa anglosassone, raramente il manager o il fondatore è titolare d'impresa, essendo egli al massimo l'interlocutore privilegiato con i veri detentori dell'impresa, gli azionisti. In Italia sembra avvenire piuttosto il contrario, in cui il fondatore e la sua famiglia ricoprono sia il management che la titolarità dell'impresa. Per cui il manager vero e proprio in Italia tende a trasformarsi in una sorta di dipendente dell'imprenditore "familiare", se e quando questi non vuole sobbarcarsi la fatica del management. "Il limite dello sviluppo industriale italiano è l'incapacità di espandersi al di là delle dimensioni professionali, umane e finanziarie dell'imprenditore o della famiglia di imprenditori. Senza contare un paese ancora gravato da arretratezze nella cultura d'impresa, dalle raccomandazioni e dai favoritismi anche agevolati dalle influenze di natura politica, specialmente nel settore dell'azienda pubblica che in Italia è ancora ben lontana da essere un'azienda dei cittadini", sostiene Tatò. Quale futuro per i figli degli Italiani, creativi o meno? Tatò purtroppo è preciso: "La società del futuro sarà una società di precari. Dobbiamo dimenticarci del posto fisso e della fedeltà all'impresa ma trasformarci in figure legate alle proprie competenze e capacità, fedeli non a un datore di lavoro ma alla propria professionalità." Parole che non suonano confortanti e ben poco ci rincuora l'autocritica finale: "La mia generazione, purtroppo, ha lasciato in eredità alle nuove generazioni un pessimo paese". Se lo dice Tatò.... |
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