.: Giorgio Vallortigara - Le menti silenziose. Intelligenza e pensiero degli animali :.

L'incontro con uno dei maggiori neuroscenziati interessati alla mente animale, Giorgio Vallortigara, attivo presso il centro B.R.A.I.N. per le neuroscienze dell'Università di Trieste, è stato particolarmente apprezzato dal pubblico, che al termine dell'esposizione ha fatto letteralmente ressa intorno al professore.

Perché ognuno è familiare con gli animali, domestici, da fattoria, o selvatici. E tutti probabilmente crediamo che dentro i nostri compagni di vita si nasconda qualcosa di più che un motore meccanico preposto alla semplice esistenza biologica. Una scintilla di coscienza, di pensiero che pochi sarebbero disposti a negare. Giorgio Vallortigara, neuroscenziato, ci permette di avere le idee molto più chiare sulla questione.

"È vero, conferma. Non solo gli animali pensano, e pensano pur non possedendo la capacità verbale, vale a dire le facoltà linguistiche proprie dell'uomo, ma spesso si dimostrano più intelligenti di noi, non solo di esseri umani non completamente sviluppati, come i bambini, ma anche di autentici adulti." Questo a patto di intendere l'intelligenza animale "non come la capacità di costruire automobili, utensili, strumenti", ma come la capacità di condurre a buon fine determinati compiti (tasks) in ambiti specifici e vitali per la sopravvivenza. "In questo campo, gli animali, normalmente, ci battono - a meno che noi umani non mettiamo in atto strategie 'furbe' per vincere la gara".

Come è possibile? Vallortigara illustra il caso della nocciolaia, un uccello capace di nascondere migliaia di nocciole e semi nel bosco e di ricordare a distanza di mesi la posizione esatta di ciascuna singola nocciola in un bosco, a memoria, per poterle recuperare una per una a distanza di mesi in caso di necessità. Compito praticamente impossibile anche per un premio Nobel umano. Questo perché la nocciolaia sviluppa enormemente l'area cerebrale deputata alla mappatura e al riconoscimento spaziale durante il periodo della raccolta del cibo. In seguito questa porzione del cervello ritorna alle dimensioni normali. Fatto questo che - sorpresa del pubblico - si verifica anche nei tassisti londinesi, i quali hanno le stesse necessità della nocciolaia: riconoscere dai riferimenti visivi i luoghi che attraversano.

Un uomo potrebbe vincere la nocciolaia solo barando, ossia realizzando una mappa dettagliata dei nascondigli, utilizzando cioé un sistema simbolico complesso e comunicabile, archiviabile a distanza e fisicamente esterno alla memoria ("posso mettere la mappa in un cassetto"). Nondimeno è evidente come questo compito specifico sia svolto in maniera più efficiente e immediata dagli uccelli.

"Il problema della ricerca con gli animali" - prosegue Vallortigara - "è che essi non possono descriverci i loro processi mentali. Quindi in via sperimentale è necessario ideare test e prove le quali dimostrino che non solo gli animali sono in grado di compiere determinati compiti, ma che le loro azioni non siano frutto di abitudini innate (istinto), ossia geneticamente predeterminate, ma di un ragionamento autonomo e individuale. Occorre inoltre verificare che l'animale abbia quella che potremmo definire un'immagine mentale, un'idea rappresentativa del reale e che non risponda meccanicamente a una serie di azioni" (quella che sid efinisce un'intelligenza procedurale, analoga a quella di un computer che segue una logica, ma non è consapevole di farlo).

"Vale a dire che l'animale - per esempio il gatto che miagola davanti al frigo per avere il cibo - deve dimostrare sperimentalmente di conoscere e autorappresentarsi dove sia il cibo, che cosa ci sia dentro il frigo, ossia di quale cibo si tratti, e quando sia possibile averlo. Ossia deve dimostrare di possedere delle idee, delle rappresentazioni mentali e sufficientemente complesse della realtà. Se il gatto si comportasse semplicemente per aver constatato di ricevere del cibo dopo un certo comportamento (es. miagolando insistentemente), più che di vera intelligenza dovremmo parlare di una procedura automatica, certo efficace, ma una semplice procedura, non l''intelligenza' che ci interessa e che riteniamo analoga a quella umana."

Ancora è essenziale capire che l'intelligenza non è legata a una serie definita di prestazioni, alla quantità o qualità di certi processi in termini assoluti, ma alla rilevanza di questi processi e capacità per compiere azioni precise in ambiti specifici. Non esiste, spiega Vallortigara, un parametro assoluto per misurare l'intelligenza animale e umana, per cui non ha senso stabilire se il delfino sia "più intelligente" del cane e il cavallo sia "meno intelligente" del delfino. Inoltre "La credenza che l'evoluzione abbia prodotto una scala ascendente di creature dotate di intelligenza crescente, dal paramecio all'homo sapiens sapiens, è sbagliata. L'evoluzione ha agito non gerarchicamente ma seguendo percorsi paralleli, generando non una 'scala' dell'intelligenza, ma un 'albero delle intelligenze'; né le spiegazioni di prossimità filogenetica possono essere illuminanti a riguardo."

Vallortigara illustra quindi i test utilizzati per sviscerare i segreti dell'intelligenza animale, test comportamentali e invasivi i quali sono condotti preferibilmente su volatili e pulcini di pollo domestico perché sono le specie a sviluppo mentale precoce.

Da questi test è emerso che i pulcini di pochi giorni non solo posseggono nozioni che i bambini umani acquisiscono solo col tempo - come la contiguità spaziale, la percezione della forma, la permanenza degli oggetti, le proprietà transitive e svariati processi logici, quali sono emersi dagli studi pedagogici di Piaget - ma che in molti casi sono capaci di rappresentarsi il cosa, il dove e il quando di svariati fenomeni. Vale a dire che posseggono rappresentazioni del mondo precise, capaci di adattarsi al cambiamento e di evolversi con l'apprendimento, rappresentazioni che non derivano da modelli innati o da semplici ripetizioni meccaniche di comportamenti appresi. In breve gli animali sono capaci di avere delle idee, di formulare ipotesi per il futuro sulla base dell'esperienza passata, e di applicare ai propri simili i modelli di comportamento acquisiti. Per esempio è stato dimostrato che certi uccelli - i quali hanno imparato autonomamente a spiare i consimili per rubare loro le scorte di cibo - in seguito diventano estremamente sospettosi quando vengono osservati a loro volta. Nel timore di essere derubati, proprio gli uccelli dediti al furto, e solamente loro, modificano l'ubicazione dei loro nascondigli.

Insomma, anche la taccola avrebbe imparato che "a casa dei ladri non si ruba".

Intervista

Lei ha parlato esaustivamente di intelligenza animale, le chiedo quindi quali potrebbero essere i risvolti più immediati e realistici delle Sue ricerche, specialmente riguardo a due branche della ricerca fortemente interessate al concetto di "intelligenza": la robotica e l'informatica. È impegnato a riguardo, o le Sue ricerche vertono in tutt'altra direzione?

Nel mio laboratorio studiamo, utilizzando modelli animali (in particolare quello fornito dal pulcino del pollo domestico), i meccanismi cerebrali che consentono la rappresentazione degli oggetti e dello spazio. Questi rappresentano meccanismi mentali fondamentali in tutte le specie, compresa ovviamente la specie umana.
Siamo interessati e coinvolti anche in ricerche sulle possibili applicazioni per la robotica di quel che studiamo negli organismi biologici. Alcune mie ricerche sono state utili per gli studiosi e i progettisti delle reti neurali. Faccio i nomi di Domenico Parisi del CNR di Roma e Orazio Miglino dell'Università di Napoli come di pionieri in queste campo nel nostro paese, che producono reti ormai capaci di replicare tratti biologici sofisticati avvalendosi di algoritmi "genetici", ossia in grado di riprodurre i meccanismi della selezione naturale.
Queste reti sono capaci di modificarsi, autoapprendere ed evolversi. Miglino con il quale collaboriamo ha realizzato anche, in un piccolo robot chiamato Khepera, reti neurali che imitano i processi mentali del pulcino, che è il nostro modello sperimentale in laboratorio; e sta studiando degli algoritmi "genetici" per l'autoapprendimento e per migliorare la cosiddetta "intelligenza artificiale".

Vorrei toccare ora un punto critico, ma rilevante. Servono davvero gli animali per comprendere la mente umana? Uno degli aspetti più delicati della questione relativa all'intelligenza animale è proprio la liceità della sperimentazione su quelle che ormai sono a tutti gli effetti creature intelligenti e - così pare - tanto prossime a noi. Abbiamo il diritto di studiarle? Ha mai affrontato il problema?

L'Italia è un paese strano: da un lato la gente accorre a frotte per ascoltare conferenze
scientifiche e poi sembra cadere dalle nuvole o irritarsi quando apprende che la ricerca coinvolge degli animali. Non so fino a che punto i non addetti ai lavori siano consapevoli del fatto che la sperimentazione animale debba essere svolta proprio per consentire alla ricerca di progredire.
Vede, non è che mi sia specializzato sui pulcini per capriccio o arbitrarietà. Il punto è che il pulcino è un modello straordinario per lo studio in laboratorio di alcuni problemi fondamentali di neuroscienza, perché consente un elevatissimo controllo delle condizioni sperimentali. Il pollo è una specie a sviluppo "precoce": appena uscito dall'uovo il pulcino cammina, becca e fa tutto quel che potrebbe fare un animale adulto. Con una differenza importante: quel che lui "sa" appena uscito dall'uovo non può essere il prodotto dell'esperienza. È ciò che i geni hanno già scritto per lui nel suo cervello. Così io posso controllare con enorme precisione il genere di esperienza e di conoscenze che il pulcino può acquisire prima di condurre i miei esperimenti. Mi interessa sapere con che genere di "conoscenza innata" le creature biologiche vengono al mondo e non potrei mai capirlo impiegando specie a sviluppo "tardivo", come la nostra, i cui piccoli nascono in uno stato di inettitudine pressoché completo.
Con il pulcino, poi, posso usare una varietà di tecniche, sia comportamentali che neurobiologiche. Molti altri miei colleghi in giro per il mondo utilizzano questa specie come animale-modello, in special modo per gli studi sulla neurobiologia della memoria.

Resta per l'appunto il problema etico: ci sono animalisti che per pura scelta etica negano assolutamente che l'uomo possa arrogarsi il diritto di sperimentare sugli animali, neppure in nome del loro benessere, dato che nessun animale ci ha mai detto "Vi autorizzo a fare esperimenti su di me". Su queste basi chiaramente non è possibile un confronto dialettico essendo non negoziabile il nodo etico.Potrebbero anche esserci animalisti che consentirebbero la ricerca su animali purché sia a beneficio degli animali stessi e che non solleverebbero ipoteticamente obiezioni se un gatto venisse sezionato per debellare una malattia felina. Mi sembra però evidente che queste ricerche sembrano mirate a conseguire prima il benessere umano e solo in subordine quello animale.

Comprendo la preoccupazione o il dolore di chi pensa agli animali come oggetto di metodologie di ricerca anche invasive, ma per quanto mi riguarda posso assicurare che ogni genere di sofferenza dei soggetti sottoposti ai test viene accuratamente eliminata - cerchiamo di evitare il più possibile il ricorso a metodologie invasive o dolorose, cerchiamo anche di sopprimere il minor numero di esemplari. Gli animali hanno tutto il diritto di essere trattati nel miglior modo possibile. Ed è nostro preciso dovere farlo.

Esiste però tutta una letteratura scientifica antivivisezionista che postula l'inattendibilità del modello animale per lo studio su modelli umani, quindi non sarebbe solo una questione di etica ma di corretta metodologia scientifica. Svariati sono stati i casi di preparati o sostanze sperimentate come nocive per gli uomini e innocue per le cavie, o, ancor peggio, innocue per le cavie ma letali per l'uomo, come l'aspirina, l'antimonio, il talidomide ecc.... Ritiene queste obiezioni fondate?

No, ritengo che spesso non si comprenda come la scelta di un animale modello dipenda dal problema che si intende esaminare e quindi dalle strutture organiche che sono implicate. Naturalmente, sono disposto ad accettare punti di vista diversi dai miei in merito alla ricerca e anche osservazioni di natura etica, purché siano fatte con competenza e cognizione di causa, e non in nome di un generico "animalismo" alla San Francesco. In maniera simile non condivido le accuse più generiche, per esempio le obiezioni, ma anche le difese della sperimentazione animale, basate su affermazioni tipo "si sperimentano sui topi i farmaci destinati ai nostri figli".
Il punto della questione non riguarda la tecnologia farmaceutica, ma la ricerca di base. Perché il problema non è se dobbiamo fare le prove di tossicità di un farmaco su un topo o su un bambino - credo pochi abbiano dubbi su questo. Il problema riguarda la ricerca di base, se sia lecito sacrificare un topo per aumentare le nostre conoscenze; per esempio, nel mio caso, su come funziona il cervello… Io dico di sì. Credo che la conoscenza, e da questi esperimenti è questo ciò che si ricava, sia sempre e comunque un bene e che non si possa fare a meno della sperimentazione animale.
Il modello basato sulla sperimentazione animale è valido. Esso rimane corretto perché il cervello delle altre specie animali presenta come ho detto somiglianze e processi che - soprattutto a livello generale e riguardo alle funzioni di base - sono caratteristici anche del cervello umano. Come potrebbe non essere così? Anche la nostra è una specie animale!
Un esempio che riguarda le mie ricerche è relativo ai fenomeni di specializzazione emisferica detta anche lateralizzazione cerebrale, per cui gli emisferi destro e sinistro del cervello umano e animale svolgono funzioni diverse e complementari. Abbiamo riscontrato che le lesioni di alcune aree cerebrali nei pulcini producono effetti specifici e analoghi a quelle che si osservano nei pazienti con lesioni cerebrali unilaterali. Nel pulcino per esempio l'emisfero sinistro è preposto al riconoscimento dei conspecifici, mentre quello destro ai processi di mappatura spaziale. Esattamente come nella nostra specie. Adesso noi, con questo modello, cerchiamo di capire come funzionino i due emisferi per fare quello che fanno e speriamo che le nostre ricerche possano servire a curare certe patologie, per esempio quelle associate allo sviluppo anomalo o incompleto della lateralizzazione cerebrale (tra queste vi sono malattie come la dislessia e la schizofrenia).

Il fronte antivivisezionista propone metodi di ricerca alternativi alla sperimentazione animale, come le colture in vitro o le simulazioni al computer. Che ne pensa?

Ben vengano. Ma non bisogna scordare che quando si fa ricerca di base non si può sapere a priori non solo ciò che si incontrerà, il risultato di un esperimento, ma persino, in certi casi, che cosa si debba cercare esattamente per capire una certa funzione. E tutti questi metodi alternativi esigono l'input di una serie di informazioni preliminari, che permettano di stabilire - ad esempio nel caso della simulazione al computer - un modello matematico attendibile e realistico.
Senza la sperimentazione animale questi dati non sarebbero disponibili. Quanto alle colture una cosa è lavorare su un vetrino di cellule, avulse dal resto dell'organismo, e altro è sperimentare a livello di sistema, studiando le reazioni globali di un organismo completo. Nel caso dello studio del cervello e della mente questo genere di analisi a livello di sistema è imprescindibile.
Mi preme anche far rilevare che vale per noi come per qualunque altro animale una forte solidarietà intra-specie. Questa è la ragione per cui schiacciamo senza problemi una zanzara, ma, via via che risaliamo quella che (erroneamente) crediamo essere la scala evolutiva (e ho già detto nella conferenza come questo concetto di evoluzione meccanicamente ascendente sia errato), incontriamo difficoltà crescenti. Per cui ad esempio, a differenza del caso della zanzara, troveremmo assai problematico far del male a un cane o a un pulcino, e nel caso di un bambino la cosa avrebbe per noi l'aspetto del crimine. È questo stesso principio di solidarietà che ci consente di sacrificare mille topi per salvare una vita umana o per migliorare le condizioni di chi riteniamo consimile o affine.

Una questione di empatia, quindi. Ma vorrei sottolineare che per la scienza del Sette-Ottocento i "negri" erano ritenuti poco più che scimmie parlanti e quindi esclusi dalla solidarietà e dalla protezione dovuta ai consimili. Un problema analogo è posto dagli antiabortisti, i quali affermano che non basterebbe essere autonomi e in grado di parlare per essere detentore del diritto alla protezione e alla vita. Altrimenti, insistono sempre gli antiabortisti, un minorato, un incapace o un individuo in coma sarebbero automaticamente esclusi dal consorzio umano. Sono obiezioni sensate?

Mi rendo conto che il problema etico esiste e che ha avuto anche riscontro a livello storico, sia nella letteratura scientifica sia riguardo a fenomeni culturali. Proprio per questo affermo che stabilire i confini etici della ricerca è un compito della politica e della società, non degli scienziati in quanto tali (sebbene essi ovviamente siano coinvolti in quanto cittadini). Tocca ai politici e alla società appunto stabilire chi debba o non debba essere oggetto di sperimentazione o di diritti. Questa deve essere una scelta oculata rispetto a cosa si va a studiare e la ricerca deve adeguarsi alle valutazioni etiche, salvo restando il valore della conoscenza in quanto tale.

A proposito di scienza e società, in Italia si parla tanto di "fuga di cervelli", di ricercatori geniali, dei quali ci sobbarchiamo la formazione, ma non potendo garantire ad essi una carriera adeguata ce li vediamo sottrarre da istituti stranieri. Nel suo campo di studi questo si verifica? O la sperimentazione sull'intelligenza animale attira più fondi degli altri ambiti di ricerca?

Al di là di una situazione di sofferenza generale nella ricerca italiana, escluderei che il mio ambito di ricerca sia fra i più trascurati. Tutt'altro: le neuroscienze, anche quelle animali, sono costantemente oggetto di attenzione pubblica ed è un settore in espansione. Nondimeno proprio perché così oggetto di attenzione la neuroscienza e la scienza cognitiva dovrebbe meritare investimenti adeguati e noi purtroppo siamo ancora ben sotto ai parametri degli altri paesi europei, per non parlare del mondo anglosassone. Ma ci sono indubbiamente tanti altri ricercatori che se la passano peggio di noi studiosi del cervello.

Concludendo: che cosa ci separa realmente dal mondo animale? È un confine netto o piuttosto una zona d'ombra ancora da esplorare? Solo l'uomo è "animale parlante" per eccellenza o ci sono eccezioni?

Credo che la differenza più evidente stia nella capacità grammaticale, nella sintassi.
Nel linguaggio l'uomo è capace di articolare le proprie rappresentazioni mentali e simboliche in maniera estremamente raffinata e quindi di comunicarle utilizzando costruzioni complesse in modo creativo. Una capacità che non sembra avere eguali nelle altre specie.
Alcuni animali sembrano avere capacità simboliche o di rappresentazione mentale, ma sembrano non possedere quella che per esempio è la capacità di concepire costruzioni sintattiche complesse e computazioni ricorsive. Penso alla subordinazione nella sintassi linguistica: "Il gatto che prese il topo che saltò dal tavolo, che prese fuoco....": gli animali non sembrano essere capaci di gestire informazioni così concatenate ed elaborate, anche se hanno a disposizione delle forme di comunicazione e - come emerso dall'incontro di oggi - possono essere molto più "intelligenti" dell'uomo quando svolgono compiti specifici. Al di là di questa marcata differenza ci sono ancora molte zone d'ombra o aspetti da verificare. Ed è per questo che la ricerca continuerà a riservarci sorprese.



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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