.: È il buon allievo a fare il grande maestro - Da Voci di Fonte una piccola riflessione sulla formazione dell’attore :.

di A. D'Agostino in collaborazione con la redazione di Altre Velocità

Fra le varie – spesso angoscianti – parole chiave del presente, che ricorrono in modo insistente e che sembrano essere ripetute quasi a convincere della loro imprescindibile necessità, troviamo un termine fatidico: formazione. La tendenza attuale sembra indicare che prima di intraprendere una qualsiasi strada occorra prima essere formati; e così ecco attivati una lunga serie di corsi che coprono i più diversi ambiti. La questione, discutibile in sé (ponendo interrogativi sul senso e le modalità di questo “dare forma”, questione che se portata all’estremo offre il fianco al platonico dilemma “chi forma i formatori?”) si fa ancora più complessa quando viene riferita a processi artistici. L’offerta in questo senso è vasta, variegata, poliedrica fino a diventare ambigua, vischiosa, confusa. Corsi più o meno intensivi, percorsi di alta formazione più o meno costosi, scuole più o meno qualificate: una vera e propria selva oscura in cui è difficile orientarsi. Così, in uno strano circolo vizioso, dall’interno di un laboratorio di scrittura critica abbiamo pensato di confrontarci con gli artisti che a Voci di Fonte sono stati chiamati a condurre due seminari teatrali: il regista Massimiliano Civica e l’attore e autore Oscar de Summa.
Dopo aver chiacchierato con entrambi nell’assolato pomeriggio del quarto giorno di festival, in conclusione del laboratorio di Oscar e al varo di quello di Massimiliano, mi gira in testa una domanda. O meglio: più di una.
Ma cosa vogliono i giovani attori? Chi sono? Cosa si aspettano da un maestro? L’impressione – non solo confrontandosi con due persone che hanno un’esperienza concreta in questo senso, ma anche guardandosi un po’ in giro – è che queste domande non siano formulate a sufficienza. Né pubblicamente, né in coscienza.
Per rispondere, occorrerebbe parlare a lungo dell’attore: non del giovane attore, dell’attore di ricerca o dell’attore amatoriale, no; dell’attore. Dell’attore come mestiere, qualcosa che al contempo si fa e si è. Civica dice che attori non ci si forma, ma si nasce. È qualcosa che fa parte di una persona come il colore dei capelli, un fare necessario nel senso che, se impedito o negato, implica sofferenza reale e impossibilità a vivere. E allo stesso tempo è qualcosa grazie a cui si vive, un lavoro vero e proprio, qualcosa che si pratica e che deve garantire la sussistenza. De Summa, che vive sulla sua pelle questa condizione, aggiunge che in tale direzione la frequentazione dei percorsi dei maestri è uno strumento necessario per raggiungere certi scopi della propria ricerca personale. Un momento di confronto e ricerca necessari, per poter acquisire la massima e doverosa dimestichezza con i materiali del lavoro dell’attore (il corpo, la voce, la relazione con lo spazio, con il vuoto, con gli altri eccetera). In questo senso, seguire uno o più artisti che si sentono affini è un importante momento di crescita e di precisazione delle proprie domande e delle proprie modalità in riferimento allo stare in scena e starci bene, presenti e responsabili di quello che accade, consapevoli dei nodi da affrontare e delle proprie responsabilità. Entrambi concordano sul fatto che, più che di formazione, si dovrebbe in questo caso parlare di “andare a bottega”.
Queste alcune delle tematiche emerse dalla conversazione con i due professionisti della scena, che hanno aperto l’orizzonte della discussione su aspetti sia di prassi che di teoria che ineriscono alle grandi questioni del teatro. Prendiamo allora spunto dalla riflessione offerta dai due ospiti di Voci di Fonte per porci delle domande più in generale su cosa significhi organizzare, curare e dunque seguire un seminario teatrale. Ci si rende conto, infatti, che non si tratta – soprattutto a livelli di alta formazione – di seguire un semplice corso, ma che vengono messe sul piatto delle carte ben più profonde e problematiche. Ma tutto questo è davvero chiaro per chi si iscrive a un “laboratorio di teatro”? Forse no. Per molti un corso di teatro (come di fotografia, di lingua, di yoga) è soprattutto un’ esperienza, qualcosa da vivere per indagare se stessi in un momento fortemente aggregativo. E non stiamo parlando qui di chi, con un altro mestiere e una vita lontana dalle scene (il nobilissimo dilettante consapevole di esserlo), si prende una legittima e necessaria e sacrosanta pausa di riflessione e di pratica. Stiamo invece parlando proprio dei “giovani attori”. Che, in modo troppo spesso onnivoro – se non bulimico – si buttano alla ricerca di risposte come se queste potessero essere date da qualcun altro, come se il maestro fosse un guru capace di dare qualche ricetta che li risolva, che dia loro il modo di essere felici facendo quello che fanno. Ed è in questo caso che non solo il laboratorio, ma l’arte stessa dell’attore raggiunge un punto critico: quando lo si fa per se stessi solamente, quando si vuole scoprire solo qualcosa su di sé e su ciò che è importante per sé. Ma l’attore deve pensare al pubblico, questo è il punto. Deve porsi le domande prima di cercare le risposte, altrimenti il rischio è – se la domanda non esiste o è imprecisa – che una risposta valga l’altra; e questo è un grosso pericolo.
L’arte dell’attore è qualcosa caratterizzata, come ogni arte, da una forte dimensione artigianale; che significa una consapevolezza di mezzi e direzioni, pur nel nebuloso procedere del processo artistico stesso. In questa prospettiva appare chiaro come la scena non sia il posto dove si fanno le esperienze di vita: le esperienze di vita si fanno, appunto, nella vita. Alla scena è dedicato uno spazio altro, fatto di qualcosa di molto misterioso, un impasto di vocazione, urgenza, bisogno, tecnica e ancora altro. La tecnica, quella sì, deve e può essere percorsa con ostinazione e rigore, e in questo caso l’incontro con persone di maggiore esperienza può essere un’occasione per precisare alcune proprie questioni (innanzitutto pratiche). Ma non si può trovare qualcosa di diverso da questo, o perlomeno non a livello professionale; per tutto il resto c’è un’apposita sfera di arteterapia e conviviale amatorialità a cui rivolgersi. Ma questa è un’altra cosa dalla ricerca teatrale vera e propria. È un atto sociale e politico di altro genere, non prettamente artistico. Viene in mente una frase di Leo de Berardinis che dice: «Se la vita è metafora di qualcosa che ci sfugge, il teatro non è una metafora della vita, ma una metafora più profonda di questo qualcosa.»
Appare dunque chiaro a questo punto che per chi scrive, e si auspica anche per gli attori stessi, il teatro non è una terapia. Non è uno svago. Non è una soluzione a una questione personale. Non è una soluzione a niente. In verità il teatro, come la poesia, non serve a niente. Ed è proprio questa la sua forza rivoluzionaria, in un tempo dove tutto deve avere la sua utilità, spendibilità e vendibilità.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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