.: Societas Raffaello Sanzio: Night must fall di Chiara Guidi di A. D'Agostino :.

Cesena, Festival Mantica, Teatro Comandini (22-23 Novembre 2008). Con con i suoni originali di  Scott Gibbons
e la collaborazione di Roberta Ioli, Simone Marzocchi, Marco Olivieri, Eugenio Resta
interpreti: Catia Gatelli, Luana Gramegna, Sabina Laghi, Pierre Lucat, Andrea Macaluso, Sara Masotti, Benedetto Sicca, Elisa Turco Liveri, Silvia Venturini, Vania Ybarra, Enrica Zampetti, tutti partecipanti al corso di alta formazione FSE 2007 Regione Emilia Romagna D.G.R. 727/2008


Foto di F. Raffaelli


Quello in cui si entra una volta spente le luci di sala è un mondo costituito da una piccola comunità in penombra. Questo coro che si muove, cade, si divide, si alza, si riunisce, barcolla, costruisce, fuma, distrugge, pare seguire regole sue proprie. Sue proprie armonie. Trasmette a tratti l’intimità che può nascere tra gli umani, e a tratti invece il suo opposto: la lacerazione fin quasi alla crudeltà. Non è facile parlare razionalmente, se non per immagini, di questo lavoro di Chiara Guidi. L’artista si tiene infatti costantemente sulla lama dell’evocazione: sia da un punto visivo, di una bellezza data da una mirabile armonia di composizione, che da quello della scelta poetica, che vuole mettere la parola al centro. E la parola è, quando non usata come mero mezzo tecnico per comunicare o informare, un grande mistero di evocazione, specie se lo studio intorno alla recitazione pronuncia o canto di questa parola è da anni fulcro di una attentissima ricerca. La scelta della Guidi si fa ancora più estrema: perché impasta la sonorità della parola stessa con un tessuto sonoro che pare al contempo generato dalle voci, dai movimenti, dagli scricchiolii che sembrano mostrare o portare avanti il “dietro” reale e presente di ogni fiato che sta per generare un dire. Unico elemento su cui a tratti, ad avviso di chi scrive, s’è sentita un'ombra è stato forse quello di un linguaggio non intrinsecamente legato alla evocazione come è in sé quella parola che- pur senza “spiegare” o “raccontare” - è in grado di lasciare intravedere tra le sue maglie (come la poesia o certa drammaturgia non narrativa; interessante sarebbe scoprire come si è svolta la composizione drammaturgica). Questo compito di lavorare nelle intercapedini Night must fall pare consegnarlo alla vera e propria modalità del dire, alla sua coralità, al suo impastarsi col resto in un equilibrio lasciato sempre precario ma comunque possibile. La comunità viene solo e costantemente intravista: sta là, sul fondo del bellissimo spazio, appena bagnata da tagli di luce. Avanti e molto chiaramente a noi viene il rumore della lingua che si muove, il respiro prima di pronunciare, il fiato corto dopo il pronunciamento, il collo che si gira, l’odore del tabacco bruciato, del borotalco, lo strappo delle tele, i tacchi sul legno. Un universo tracciato per accenni che, proprio grazie a tale allusività, fanno concreto quello stesso universo. Come accade nei lutti, nelle grandi assenze. Il dettaglio, la minuzia, come frammenti del tutto che li contiene, pungenti particolari che con estrema potenza sono in grado di richiamare l’intero. E poiché l’intero è – e non solo nel caso di un’opera teatrale – sconosciuto o misconosciuto, nascosto o negato, quello che accade è un evento molto personale, che non si lascia intrappolare in una univoca definizione o interpretazione.
Il sapore che resta è un’impressione di spaesamento (uno dei doni più belli che partecipando a uno spettacolo ci è concesso di ricevere). Di misterioso evento che s’è consumato accanto e di cui in un qualche modo avevamo in un tempo saputo… a cui fino a poco fa noi… quando ancora eravamo... ma che pure…
L’immagine finale dello spettacolo, di una bellezza quasi dolorosa richiamante uno scenario post-umano con pochi, semplici elementi, sembra indicare la via agli uomini stessi che se ne sono andati. Dopo il loro andare, dopo la fine del loro canto, c’è ancora qualcosa: non solo la loro eco ma anche un nuovo tipo di calma che pare cominciare. Un’opera che sottovoce allude a tutta la nostra finitudine, ai nostri buchi – che siamo e in cui cadiamo - , e che al contempo esprime fiducia in una possibilità altra che, attraverso il coro, possiamo darci.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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