.: Festivaletteratura: la necessità della contaminazione di A. D'Agostino :.

Si è concluso l'11 settembre la nona edizione del Festivaletteratura di Mantova, che ha resistito a temporali violenti e a un afflusso di 58 mila lettori, oltre che alla solita serie di polemiche inerenti il sitema culturale italiano e lo stato di salute della letteratura.
Portare testimoninaza di questo evento è qualcosa di estremamente parziale, poiché gli appuntamenti presentati seguono la logica della possibilità di personalizzare il proprio percorso fino nel dettaglio, affiancato in questo dal sistema di prenotazioni alle tavole rotonde e agli spettacoli, pensato in modo di favorire anche autori non noti al grande pubblico (iniziativa lodevole, che garantisce un pieno di partecipazione anche a quelle conferenze che, concomitanti con presentazioni di autori "famosi", sarebbero altrimenti forse meno frequentate).
Ecco allora che Grisham viene preso d'assalto, con file spaventose ai cancelli e ore di autografi dopo la presentazione; ma, allo stesso modo, mi trovo stupita in una sala predisposta per oltre 150 posti, con persone in piedi a ridosso del muro in una conferenza di presentazione di un'antologia poetica (Daniele Piccini e Marco Artioli con Viviane Lamarque e Milo De Angelis). Qualcosa di impensabile, soprattutto per chi le presentazioni di grandi poeti le segue da anni e sa bene che, a meno che non si tratti di un evento inserito in una occasione "mondana", la soglia delle cinquanta presenze è un boato di successo. Questo, penso, il merito principale del Festivaletteratura. Un ventaglio di possibilità abbastanza ampio, presentate in maniera che siano fruibili da chiunque, senza divenire un momento di scambio solo per "addetti ai lavori", ovviamente con qualche eccezione. Altra nota positiva è la proposta di moltissimi appuntamenti pensati per i bambini, segnale di una volontà di creare un terreno fertile che sia bacino futuro di giovani a cui passare il testimone.
Dicevo insomma che nel partecipare al festival si è costretti a operare una selezione, che talvolta implica scelte difficili, in grado sicuramente di influenzare la percezione del festival stesso. Premessa doverosa, fatta non per relativizzare all'eccesso questa testimonianza, bensì per chiarire che chi scrive non intende dare giudizi di merito troppo generali in riferimento appunto alle polemiche sul senso di tali operazioni culturali, ma più che altro vuole sollevare alcune domande in base alla propria esperienza.
Parlando con le persone per strada, al Festival, si ha la sensazione che siano un po' all'oscuro di molte cose, come se esistessero canali privilegiati nella trasmissione delle informazioni inerenti la cultura nel nostro paese. Faccio un esempio che mi sembra indicativo: al termine della presentazione di Roddy Doyle, una signora tra il foltissimo pubblico, prima di fare la sua domanda, ha tenuto a ringraziare lo scrittore per un fatto che ritengo assolutamente curioso. La signora ha asserito di venire dal Veneto, e di trovare, leggendo appunto l'autore dei Committments, fortissime assonanze tra le persone di questa regione e gli irlandesi: terre che passarono dalla povertà al benessere economico in poco tempo, oggetto di dominazioni straniere, abitate da persone semplici, lavoratori e forti bevitori. Dunque grazie a Roddy Doyle per aver reso queste atmosfere, dice la signora, dato che a quanto le risulta in Italia non ci sono scrittori che lo fanno, (o almeno non famosi quanto lui, aggiungo io). Ora, questo può essere anche il frutto di una distrazione della lettrice, ma è a mio avviso indicativo di come l'attenzione venga canalizzata: quello stesso pomeriggio ci sarebbe stato proprio a Mantova un incontro intitolato "Narrare il Nord Est", con Bettin e Carlotto, autori di romanzi ambientati proprio nella zona in questione. Ora, siamo d'accordo che nessuno è profeta in patria, né discuto le capacità narrative dello scrittore irlandese, ma mi sembra alquanto significativo questo intervento per riflettere su che tipo di cortocircuiti si inneschino per via, probabilmente, del mercato editoriale e non della effettiva qualità della proposta. Questo, il primo punto di domanda.
Il secondo viene dalla presentazione dell'antologia di Piccini di cui sopra, in comparazione con quella di Spiegelman la sera del 10 settembre. Premettendo che chi scrive ha un'immensa ammirazione per la poesia di Milo De Angelis, posso dire senza incertezza che qualcosa non ha funzionato; non si mette in discussione insomma la qualità dell'offerta, bensì il modo in cui parlare di poesia viene trattato in Italia: un saggio erudito sulle questioni di poetica che, prima o poi, vanno a finire su Dante, ma nel modo meno amato, il Dante delle scuole, quello che va pronunciato con un'esitazione rispettosa e un attimo di raccoglimento. La poesia, come sempre, sembra dover essere il momento dell'erudizione, e, dunque, della noia. Si soffre, si soffre molto, in genere, alle presentazioni di poesia. Pare non ci possa essere un modo fresco, brillante, di trattare la questione. Nemmeno con la Lamarque, che ha certamente una leggerezza e una freschezza che al pubblico piace molto; non intendo dire che bisogna sminuire, che è un "abbassare" un tema che merita attenzione e partecipazione… ma questo è ben diverso: il fatto è che non c'è nulla da abbassare, ma che proprio considerare la poesia a un'altezza diversa dagli altri eventi della vita è dannoso! Prendiamo appunto Spiegelmann. Non possiamo certo dire che sia un autore privo di spessore, di voglia di andare a scavare nelle più grandi tragedie umane e etiche della contemporaneità, visto che, se non erro, è noto al grande pubblico per un volume sull'olocausto e uno sul crollo delle due torri. Ma la sua presentazione, con un Mattotti parlante un tenerissimo e imbrogliatissimo inglese, è stata divertente, spassosa, interessante, in grado di fornire informazioni di storia del fumetto, di questioni di poetica sottese a quel tipo di arte eccetera. Nessun togato che leggesse un saggio di ermeneutica e fenomenologia dell'antologizzazione in Italia dalle origini della letteratura ad oggi, ma una coppia di uomini che tentano di trasmettere l'oro e il senso del loro lavoro, senza tanti fronzoli. Perché la poesia la vogliamo rinchiudere in accademia? Questa la seconda domanda a cui vorrei tanto avere risposta.
Concluderò con un terzo dubbio, sebbene avrei molte altre questioni in sospeso. Questo dubbio nasce dall'aver preso parte a due offerte un po' "laterali" rispetto alla letteratura stessa. Uno è lo spettacolo di Fanny&Alexander, che ha il merito innanzi tutto di aver portato sulla scena brani di musica contemporanea, altra grande assente tra i gusti e le offerte per i non specializzati; l'altro è un incontro tra due architetti, Romito e Molinari, chiamati ad esporre i risultati di un progetto artistico impegnato alla rivalutazione di uno dei grandi "mostri" dell'architettura dello scorso secolo, ossia il tristemente noto Corviale di Roma. Questa tavola rotonda, in particolare, mi ha colpito per la sua capacità di passare da un argomento strettamente teorico, come il senso dell'arte nella vita quotidiana, a domande del pubblico estremamente concrete, che hanno portato a un dibattito tra un pensionato mantovano e un assessore al welfare del comune di Mantova sul modo di agire delle istituzioni nella vita delle persone. Ho trovato questo incontro il più interessante tra quelli a cui ho potuto assistere, proprio perché non c'era alcun intento pedagogico nel parlare di arte, nessuna toga, nessuna presunzione o distanza tra i relatori e chi assisteva. Mi chiedo dunque se non sia questa una nuova frontiera dell'arte: la possibilità o forse la necessità di portare testimonianza dell'esperienza artistica tra le persone, in maniera semplice e coinvolgente, al fine di rendere davvero "pubblica" al "pubblico" la questione di cui si parla.
Gli strumenti per fare questo li ha suggeriti Baraka, poeta e musicista afroamericano: l'autoderminazione dell'artista, il bisogno di non aspettare, in caso di urgenza, i metodi dei canali tradizionali, che troppo spesso si rivelano lenti, opportunistici, politicizzati, parziali.
Ci sarebbe ancora molto altro da dire, a partire dall'iniziativa chiamata "scritture giovani", volta a promuovere i giovin scrittori europei, ma credo che tre domande siano più che sufficienti, e speriamo non inascoltate.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

.