.: Il mestiere di tradurre#1: Uwe Kolbe a cura di I. Fantappiè :.

Uno sguardo nell'officina della letteratura: Daemon propone due traduzioni non ancora pubblicate in Italia, frutto del lavoro di due laboratori di traduzione letteraria. In questa prima trance proponiamo la poesia "Vineta" di Uwe Kolbe, considerato uno dei più significativi poeti contemporanei tedeschi.

Le traduzioni che seguono sono state fatte da due gruppi di studenti universitari di madrelingua rispettivamente tedesca e serbo-croata che hanno partecipato ai laboratori di traduzione letteraria nell’ambito dei corsi C.I.E.L.I., organizzati dalla Fondazione Bruno Kessler a Levico (TN). Gli studenti hanno tradotto testi letterari dalla propria madrelingua verso l’italiano; in particolare, dal laboratorio di tedesco è nata la versione italiana di un testo del poeta tedesco Uwe Kolbe, da quello di serbo-croato la traduzione di un brano dello scrittore serbo David Albahari. I laboratori sono stati tenuti da Irene Fantappiè per il tedesco e da Maja Vranieš per il serbo-croato.(I. Fantappiè)

L'autore:

Uwe Kolbe nasce a Berlino nel 1957 e trascorre l’infanzia nei pressi della Bornholmer Brücke. Poche strade più in là si erge la distesa grigia del muro, e all’ombra di quel muro Kolbe cresce ed inizia a scrivere. La sua è la generazione che non ha conosciuto la Berlino precedente alla spaccatura, e che dovrà attendere di avere oltre trent’anni per conoscere quella successiva alla riunificazione. La sua poesia è impregnata fin nelle fondamenta delle atmosfere della DDR: riflette il luogo in cui è stata scritta con un’esattezza disarmante. La sua relazione con Berlino è la stessa di una cartina geografica: un foglio che corrisponde perfettamente alla città, utile a leggerla e a capirla, ma che al tempo stesso è un artificio creativo, un ritratto dotato di esistenza propria e di propri criteri di lettura – di una propria coerente legenda.

E’ il «parnaso-catacomba» del quartiere di Prenzlauer Berg a fare da sfondo alla sua formazione; i suoi primi testi escono su «Sinn und Form» nel 1976, mentre la prima raccolta di poesie, Hineingeboren, esce per i tipi di Aufbau nel 1980. Questo primo volume di Kolbe deve molto alla poesia espressionista, ancor più che a quella a lui contemporanea; perché è proprio verso le atmosfere degli espressionisti dell’antologia Menscheitsdämmerung (Il crepuscolo dell’umanità) che Berlino lo guida. Ancora una volta, è la città a guidargli la voce. Ai suoi occhi esiste, infatti, una «corrispondenza tra questi testi e i mondi delle immagini che essi evocavano: li avevo tutti davanti agli occhi, ci vivevo. Era in fondo questa Berlino Est, erano soprattutto i quartieri che avevo girato da bambino, pieni di palazzi dell’era bismarckiana in decadenza, di casermoni popolari di inizio secolo […] Non c’era quasi nessun cortile in cui non si vedessero i colpi delle mitragliatrici sui muri. Almeno fino agli anni sessanta c’erano ancora i cavalli che trasportavano la birra, e i carri bianchi che portavano il ghiaccio nelle osterie per raffreddare le vivande, o arrotini nei cortili. Erano tutti momenti dell’antica Berlino prebellica, orizzonti di immagini che si stagliavano parallelamente anche nei poeti espressionisti» (da un’intervista apparsa nel 2000 su «Freitag», e riportata da Stefania Sbarra nell’ottimo saggio contenuto nell’antologia Le storie sono finite e io sono libero, Liguori 2003). Se fisso e stabile è il luogo della sua poesia, Kolbe si permette invece di giocare con più piani temporali, sovrapponendo atmosfere espressioniste e della DDR, così come in seguito farà coi paesaggi precedenti e posteriori alla riunificazione: ai «Ti ricordi com’era» si affiancano, nelle sue poesie, i «Ti ricordi com’è». Il gioco coi tempi verbali – dopo un “ti ricordi” ci si aspetterebbe un verbo all’imperfetto – esplicita questa commistione di “ere”: «ti ricordi / come vogliamo sapere, come stiamo in coda e come adesso / i nostri bambini vanno in cerchio intorno alla piazza in città e / tacciono alcune pietre più in là e la loro domanda, ti ricordi la loro / domanda o come me l’hai dimenticata?»

La vis polemica è un altro dei tratti caratteristici della poesia di Kolbe. Dopo la raccolta di poesie d’amore Abschiede und andere Liebesgedichte (Addii e altre poesie d’amore), del 1981, Kolbe si dedica alla rivista clandestina dal significativo nome «Mikado oder der Kaiser ist nackt», ovvero «Mikado o l’imperatore è nudo», che dirige assieme a Lothar Trolle e Bernd Wagner dal 1983 al 1987. Ma gridare che l’imperatore è nudo in tempi di Stasi ha, com’è immaginabile, le sue conseguenze, e Kolbe diventa persona non grata al regime. L’uscita del testo Kern meines Romans, che contiene un messaggio di dura polemica col governo della DDR (il messaggio è criptato e si ottiene collegando le prime parole di ogni verso: con questo espediente riuscì ad evitare la censura) gli vale il divieto di pubblicare, e nel 1985 Kolbe ottiene il permesso, o meglio l’invito, ad uscire dai confini dalla DDR. Stabilitosi nella Germania occidentale, non riesce comunque a rassegnarsi al consumismo sfrenato e all’abbandono di quella che comunque continua a percepire come Heimat.

Così come per Berlino, anche per la poesia di Kolbe la caduta del muro rappresenta un punto di svolta. Si smorza la vis polemica, e prende spazio la riflessione sul valore e sulla possibile funzione della parola e della poesia. Inoltre, Kolbe si svincola dal rapporto privilegiato con Berlino, creando dei corpo-a-corpo con altri luoghi inaccessibili prima del 1989, tra i quali anche Roma. Così nascono Vaterlandkanal. Ein Fahrtenbuch (Il canale della patria. Un libro di viaggi), del 1990, e Nicht wirklich platonisch (Non veramente platonico), del 1994. Seguono Vineta, del 1998, e Die Farben des Wassers (I colori dell’acqua), in cui Kolbe sperimenta inedite capacità descrittive, che modellano un paesaggio cangiante, dai toni sfumati. L’ultima raccolta risale al 2005 e porta il titolo Ortvoll, un neologismo che si potrebbe tradurre con “pieno di luogo” – così come “piena di luogo” è stata sempre la sua poesia.

Vineta

La poesia Vineta fa parte dell’omonima raccolta del 1998. Il volumetto può essere considerato una sorta di mise en abîme dell’intera produzione kolbiana, un condensato dei suoi temi più cari: Berlino e le sue metamorfosi, il problema delle possibili funzioni dello strumento linguistico, i toni amorosi ed elegiaci, le descrizioni di altre città viste attraverso lo sguardo acuto ed amaro dell’apolide. La poesia che segue è frutto di quello che Kolbe chiama un nachholen, un riprendere, recuperare successivamente, un riportare a sé. «Fast jeden Ort habe ich nachzuholen, fast jeden Anblick», «Quasi ogni luogo ho da recuperare, quasi ogni vista», scrive in Was habe ich nachzuholen, un’altra poesia della stessa raccolta. L’oggetto di questo recupero nella memoria è Berlino, presente già nel titolo: nella Vinetastraße erano soliti ritrovarsi gli intellettuali e i poeti di Berlino Est. E Vineta narra proprio dell’atmosfera di tremendo silenzio della DDR (il «silenzio del potere»), della sensazione di immobilità forzata («sarà come è»), e dell’opposto modo vivere della Vinetastraße (una vita in cui «un compito pareva esistere»). In Vineta Kolbe richiama alla memoria i luoghi di un passato che improvvisamente si fa presente: i piani temporali si sovrappongono, «quel tempo» diventa «questo tempo». E’ necessario recuperare, e rendere di nuovo presente, quanto è passato, quanto rischia di scomparire: Berlino è come Vineta, la mitica città sul mare del nord cantata nelle saghe, forse mai esistita, anzi esistente solo nelle parole di chi l’ha cantata.

Irene Fantappiè

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Vineta

Weißt du noch, damals, als es das Schweigen der Macht war?

Weißt du noch, damals, als wir dachten, daß es das Schweigen

der Macht wäre?

Wir fuhren eine Stunde mit dem Zug durch die Stille.

Dabei hätten wir fünf Minuten gehen können oder zwei mit dem

Vogel fliegen, sagen wir.

Statt dieser sieben Minuten brauchten wir dies Stunde mit dem

Zug, in dem das Schweigen mitfuhr.

Das Schweigen oder sein Bruder, der, oder seine Schwester.

Damals, als das Schweigen der Macht uns etwas weis machte.

Damals, als wir nicht wissen konnten, was wir lang wußten, und

auch das nur behauptet war.

Diese Furcht vor dem Wort, diese kleine Angst vor dem Wissen,

daß es gar nichts bedeutet.

Nein, ich schreibe nicht.

Nein, ich singe nicht.

Nein, ich schweige nicht.

Meine Straße schweigt unter den Stiefeln des Schweigens.

Meine Stadt schweigt unter dem Tosen erneuten Aufbaus.

Wie sie heißt?

Weißt du noch, damals, als wir den Namen wußten, als wir jeden

Namen wußten, als die Kastanien mit uns sprachen, aufknallten

mit ihren Geilen Trieben, als wir das Knallen mit spitzen

Mündern nachformten, es uns aber nicht gelang, als wir so

schön waren in unserem Eifer, so schön sein zu wollen, es aber

nicht konnten, als wir all das nicht konnten, was wir wollten,

aber taten?

Weißt du noch, wie es damals war?

Weißt du noch, damals wie heute, derselbe Hügel, dieselben

Katakomben, die Bäume, die fehlen seit dem letzten Krieg und

Nachkrieg und jetzt immer noch, weißt du noch?

Ich habe die Fenster geputzt und beschlossen, nicht mehr

hinauszusehen.

Nur hell soll es sein in meinem Haus, hell auf dem Tisch und

dem Bett und dem Fleck, wo die Katze sitzt.

Ich habe die Aussicht gesegnet mit abgewandtem Gesicht.

Weißt du noch, wie wir immer hinsahen und vorhersagten und

unser Satz hieß: Es wird, wie es ist, und wie wir über uns

lachten und die Aufgabe war, eine Aufgabe schien zu bestehen,

das stand auch in den Gesichtern der Schauspieler, und in

unseren Gesichtern, aber nicht dort auf den Masken, dort, wo

wir entlebt wurden, aber das lüsterne Leben führten, nein, von

ihm geführt waren zu unserem Glück?

Weißt du noch, wie uninteressant das ist, was in den Akten der

Macht steht, damals, als wir noch darin lasen, weißt du noch,

wie wir wissen wollen, wie wir Schlange stehen und wie jetzt

unsere Kinder im Kreis um diesen Platz in der Stadt gehen und

einige Steine weit schweigen und ihre Frage, weißt du ihre

Frage noch oder hast du sie wie ich vergessen?

Weißt du, ich weiß es jetzt.

Wir sind versunken.

Ein jegliches Alter hat seine Zeit, das es sinkt und da es noch

schneller sinkt.

Die Stadt heißt Vineta, sie liegt weit im Osten Europas, die

Glocken läuten zur gewohnten Zeit, doch in dem Schweigen kommt

das Geläut nicht weit.


Vineta


Ti ricordi, quel tempo, quando era il silenzio del potere?

Ti ricordi, quel tempo, quando pensavamo che fosse

il silenzio del potere?

Viaggiammo in treno per un’ora attraverso il silenzio.

Mentre invece avremmo potuto camminare per cinque minuti o

volarne due in uccello, diciamo.

Al posto di quei sette minuti ci mettemmo quell’ora in treno, in cui

ci accompagnava il silenzio.

Il silenzio o suo fratello, lui, o sua sorella.

Quel tempo, quando il silenzio del potere ci dava a intendere certe cose.

Quel tempo, quando non potevamo sapere ciò che sapevamo da tanto, e

anche quello era solo affermato.

Quel terrore della parola, quella piccola paura di sapere

che non significa assolutamente niente.

No, io non scrivo.

No, io non canto.

No, io non taccio.

La mia strada tace sotto gli stivali del silenzio.

La mia città tace sotto la furia della nuova ricostruzione.

Come si chiama, lei?

Ti ricordi, quel tempo, quando sapevamo il nome, quando sapevamo ogni

nome, quando i castagni parlavano con noi, facevano schioccare

i loro germogli rigogliosi, quando imitavamo gli schiocchi arrotondando

le bocche, ma non ci riuscivamo, quando eravamo così

belli nella nostra smania di essere così belli, ma non

potevamo, quando non potevamo fare tutto ciò che volevamo,

ma lo facevamo?

Ti ricordi com’era?

Ti ricordi, quel tempo come questo tempo, la stessa collina, le stesse

catacombe, gli alberi che mancano dall’ultima guerra e

dal dopoguerra e ancora oggi, ti ricordi?

Ho pulito le finestre e ho deciso di non

guardare più fuori.

Basta solo che ci sia luce in casa mia, luce sul tavolo e

sul letto e sul punto dove siede il gatto.

Ho benedetto il panorama col viso rivolto dall’altra parte.

Ti ricordi come guardavamo sempre fuori e facevamo previsioni e

la nostra frase era: Sarà come è, e come ridevamo di noi stessi e

il compito era, un compito pareva esistere,

c’era anche nei visi degli attori, e nei

nostri visi, ma non lì sulle maschere, lì dove

venivamo svissuti, noi però conducevamo una vita lasciva, anzi, per nostra fortuna

eravamo condotti da lei?

Ti ricordi com’è poco interessante quello che c’è negli atti del

potere, a quel tempo, quando ancora li leggevamo, ti ricordi

come vogliamo sapere, come stiamo in coda e come adesso

i nostri bambini vanno in cerchio intorno alla piazza in città e

tacciono alcune pietre più in là e la loro domanda, ti ricordi la loro

domanda o come me l’hai dimenticata?

Ti ricordi, adesso io mi ricordo.

Siamo sprofondati.

Ogni età ha il suo tempo in cui affonda e affonda ancora

più veloce.

La città si chiama Vineta, è nel lontano Est dell’Europa, le

campane suonano all’ora consueta, ma nel silenzio

lo scampanio non va lontano.

 

La traduzione è stata fatta dagli studenti di madrelingua tedesca che hanno partecipato al laboratorio di traduzione tedesco-italiano tenuto da Irene Fantappiè, ovvero:

Astrid Bauer; Mona Braun; Imke Emmerich; Angela Figliuzzi; Anne-Kathrin Gärtig; Astrid Görtler; Claudia Igerz; Carina Koch; Elisabeth Kreutterer; Anne Kubig; Aleksandra Martynczuk; Anela Mikolajczyk; Carmen Möbius; Esther Müller; Sandra Niehues; Janina Annik Noz; Xenia Otto; Anja Schmidt; Ebba Schröder; Regina Simmerl; Siana Somiëski; Jasmin Strauss; Anna Vasyukova; Cornelia Veldscholten; Marina Walers; Jonas Warth; Tom Werner; Barbara Wisniowska.



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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