.: Il sottile nastro del ricordo. L'introspezione dell'attore secondo Claudio Morganti di M. Lanza :.

"Buonasera, c'è abbastanza luce e si vede bene? Buonasera.
Questa sera invece... faremo un salto nella memoria, andremo nel secolo scorso e vi ritroveremo un autore e la sua opera."
Potremmo augurarci buonasera, quindi. Se non stessi per raccontare del passato che ritorna, quello messo in scena da Claudio Morganti nella splendida cornice del Castello Pasquini a Castiglioncello durante il festival InEquilibri 2006, il 26 luglio scorso. E va ricordato che sono ormai nove anni che a Castiglioncello vanno in scena prime nazionali e spettacoli recenti, un contesto delicato per un pubblico sempre nuovo, in cerca di rappresentazioni inattese.
Lo spettacolo di Morganti gira i festival italiani dal 2005, ma la scelta di battere circuiti selezionati, lascia gli spettatori piacevolmente ignari circa la storia che verrà rappresenta e su quale sia la vera identità del protagonista celato sotto l'enigmatico titolo "L'amara sorte del servo Gigi".
In scena l'attore è Gigi ma è anche Morganti stesso, senza artifici, perché le due figure si sovrappongono, nella vita e nella scena, come metafora dell'attore che si mette al servizio dell'opera. E Morganti/Gigi si trucca in scena, ricordandoci ancora una volta che il teatro è arte povera, è la possibilità di togliere fino all'essenziale, ne siamo direttamente consci osservando l'uomo che diventa vecchio utilizzando solo acqua e farina, con i pochi gesti di quest'abluzione nel tempo.
Sul tavolo si diffonde la luce giallastra da un lampadario verde, uguale alle ciotole dalle quali aveva preso vita il personaggio pochi istanti prima, come se quelle ciotole e quel lampadario fossero il narratore della vicenda, con il loro potere di generare o oscurare personaggi. Ed è solo da questo momento in poi che il pubblico intravede la scenografia, mentre il povero Gigi impone a se stesso di spingersi in questa storia, con passo incerto, verso il tavolo con i cassetti aperti, la scatola e un vecchio registratore a cassetta. E' lo studio di registrazione domestico inventato da Beckett nel suo "L'ultimo nastro di Krapp", come esclama sottovoce qualcuno in sala.
Ancora una volta una messa in scena povera, come da sempre Morganti predilige per mettere in evidenza le capacità dell'attore, ma questa volta portando all'estremo quest'idea di essenzialità, e spingendo verso una definizione di squallore del personaggio, più di come lo stesso Beckett lo abbia descritto nel suo testo.
Morganti toglie, vuole raggiungere una sensazione di pena visiva, e le innumerevoli scatole contenenti bobine diventano una sola, che le rappresenta tutte, come anche le ricche banane di cui Krapp è ghiotto si tramutano in leggerissime fette di prosciutto crudo, mangiate con avidità, con la speranza di sfamarsi.
Ma la scena rimane grande nella presenza dell'attore che evoca il suo passato nel fruscio di quella voce giovane ma rigata dall'usura dell'ascolto. E con tanta scarsezza di elementi esterni, la definizione del contesto avviene proprio nella tensione che si crea tra l'io attuale e quello passato, data perfettamente attraverso la schizofrenia maniacale di Krapp verso sé stesso e tra sé e ciò che è stato, arrivando a cercare nelle parole che egli stesso aveva inciso significati al limite dell'etimologia, e deridendo la stupidità che lo rappresentava, giovane e inesperto della vita.
Ma Krapp scompare già molto tempo prima dei fatti attuali, il suo capillare processo di documentazione gli sottrae la vita, che lentamente si è assottigliata fino alla piattezza del nastro su cui è incisa; nel continuo rimando tra vissuto e documentato, fino alla sparizione del vissuto stesso.
Ripensare agli errori di gioventù fa sempre sorridere, ma Krapp è strafottente nel sentire le proprie ingenuità di trent'anni prima, è cinico come chi crede di non aver più nulla da obbiettarsi. E' un togliere alla vita l'esistenza di Krapp, fino al compiacimento per essere riuscito ad eludere ogni emozione; chi non fa non falla mi dicevano una volta, ma la vita è esperienza fallace, si può correggere il tiro e scremare, ma non si può togliere tutto.
E invece Morganti ci lascia senza respiro quando non guarda più nemmeno verso di noi, chiuso in se stesso, senza rimpianti, con gli occhiali scuri mentre la luce si affievolisce.
Ormai solo il ronzio del nastro vergine ci fa da compagnia.




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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