.: Forme brevi, intervista a Tommaso Ottonieri. di R. G. Caliandro :.

"Blow up": Tommaso Ottonieri - poeta e autore del saggio La plastica della lingua (Bollati Boringhieri, Torino, 2000) - si confronta con alcuni leit-motiv della recente narrativa italiana:


Quanto deve il racconto all'oralità?
L'oralità, appunto, come stato mentale: intensità sorgiva di un narrare in presenza di un ascolto, e nell'attesa di un feedback e d'una interruzione, d'una integrazione; ma soprattutto, ormai, come statuto di interattività (più ancora che di comunicazione - che invece, si rivela, appunto tramite l'opera dei media, sempre più totalizzante, totalitaria: monumentale, invasiva). C'è da dire che oggi, con l'evoluzione dei media e (accennavo prima) le culture della rete, mi pare molto più potente il ruolo dello scrivere, appunto; o almeno, di quella forma ibrida, di oralità tradotta in scrittura, il cui grado zero, monematico diciamo, è (poniamo) il tempo della chat. In ogni caso è chiaro, dalla prima rivoluzione mediatica, che il tempo umano ridisegnato dai media audiovisivi impone ritmi, prima ignoti, di immediatezza (nel senso anche di salto delle mediazioni) e di evidenza (alla lettera; forza di visione); la rivoluzione mediatica implica allora una subliminale messa al centro del sistema della comunicazione poetica (che è qualcosa di molto più ampio, naturalmente, della poesia come "specializzazione" letteraria).
E la musica? E il ritmo?
Non sempre mi capita di percepire autenticamente musica, all'interno di un racconto contemporaneo, al di là delle citazioni esplicite (e sempre più frequenti), spesso dichiarate a livello di paratesto. Vi sono casi però - sporadici e tanto più paradigmatici e importanti - in cui il testo (letterario) realmente è interessato a (è capace di) innervare le proprie sintassi di testure musicali, di prodursi, per così dire, musicalmente; l'interessante (a raffronto, ad esempio, di certo narrare mimeticamente 'jazz', anni '50, ad esempio di un Kerouac, o anni '80, ad esempio nel Rimini di Tondelli), è il livello di straniamento ritmico che queste narrative mostrano rispetto ai loro "modelli" musicali, dichiarati per via di tracce citazionali più o meno a rilievo.
Il racconto è una delle forma preferite dai giovani narratori del nostro paese?
Il racconto, o meglio il "corto", l'intensità, un'esplosività ritmica da riverberare; la forma breve come unità di espansione, fino all'aggregazione in unità più ampie e al tempo stesso aperte, da ripercorrersi con intelligenza ipertestuale tra l'atto di scrittura e quello di scrittura (è un criterio costruttivo che vedo in atto anche in scrittori diversissimi per formazione, come il Mari di Tutto il ferro della Tour Eiffel, o nel Moresco dei Canti del Caos).
In La plastica della lingua ricorrono frequentemente termini come "rizoma", "magma", "deriva". Esiste un rapporto tra questi termini ed il termine "frantumazione"?
Probabilmente sì (e del resto, concertamente parlando, sono i relitti i soggetti della deriva, il rizoma fluttando interconnette, ma dobbiamo intenderlo primariamente come un operatore di senso, seppur disancorato: disancorante); eppure la Plastica (il suo magma) si pensa soprattutto in termini di epos per un tempo di declinazioni: discorso collettivo, disindividuato, d'una universalità (agerarchica, eterogenea), che lo agisce e lo incarna.
Allora, cosa vuol dire plastica della lingua? Frantumazione del corpo e frantumazione della lingua sono, in qualche modo, collegate?
Direi piuttosto una dialettica tra moltiplicazione e plasmazione; tra magma e relitti. Vendicare i (nostri) relitti; è questa, soprattutto, la Plastica.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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