.: L'anima europea della Turchia
...ovvero riflessioni a freddo sulla lectio magistralis di Ohran pamuk
di V. De mattei :.


Ci sono argomenti che sono destinati a suscitare, se non proprio polemiche, quanto meno eterni dibattiti, comunque vengano affrontati.
Tra questi, poi, vi sono argomenti che, in piena libertà di parola e di pensiero, possono venire ampiamente dibattuti purché in un certo modo e con certi toni...
Entriamo così nell’oscuro e misterioso mondo del politically correct.
Un mondo che, bene o male (o forse dovrei dire volenti o nolenti), tutti conosciamo dal momento che è diventato una sorta di parametro di riferimento con cui, più o meno consapevolmente, valutiamo le opinioni altrui, siano esse le dichiarazioni rese pubblicamente da un politico o da un intellettuale, o le affermazioni di un nostro personale interlocutore. La comune percezione sociale di questo parametro determina, di conseguenza, una “discriminazione” tra ciò che in esso rientra e ciò che invece ne è escluso.
Tante parole, forse persino troppe, come sempre sembrano le parole che vanno ad illustrare un automatismo mentale. E di questi tempi il suddetto automatismo scatta di fronte alla estenuante questione delle cosiddette “culture diverse”, con il risultato che ogni volta che si parla di differenza si rischia nove volte su dieci di venire tacciati di razzismo o intolleranza, cosa che induce all’utilizzo di estenuanti giri di parole, circonlocuzioni ed eufemismi per dire poi, alla fine, le stesse cose che, dette in modo diretto e privo di orpelli giustificativi, sarebbero state di sicuro messe all’indice (questo sempre nell’ambito di coloro che non rinunciano ad esprimere un’opinione in virtù del corretto appiattimento).

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La conferenza

Ora, in questo contesto, si può ben capire come assuma ulteriore potenza dirompente la voce di uno scrittore come Orhan Pamuk – premio Grinzane Cavour nel 2002, premio Nobel per la letteratura nel 2006 – che non è uno scrittore politico, come lui stesso tiene a sottolineare (é la prima cosa che ha detto aprendo la sua lectio magistralis nell’ambito dell’iniziativa Grinzane da Nobel, il 6 settembre 2007), ma che inevitabilmente in campo socio-politico si trova coinvolto per la natura stessa del suo scrivere.
Ciò che principalmente interessa Pamuk è l’individualità, l’individuo e le sue sorti nel contesto socio-culturale e storico, un orientamento che riflette la sua originaria percezione della scrittura come fatto privato e non pubblico (da cui la forma diaristica come forma pubblicabile vista come un paradosso). Risulta però inevitabile che, laddove venga rappresentato un singolo che si rapporti con la società che lo circonda, emergano anche i tratti e le contraddizioni della società medesima.
Attraverso le parole non schierate (e forse anche – o proprio – per questo imparziali) di Pamuk si delinea dunque un quadro storico-sociale della Turchia odierna scevro dai luoghi comuni che imperversano in quasi ogni ambito informativo.
Vediamo una Turchia che riprende le proporzioni realistiche e complesse di un paese dalla storia tormentata e contraddittoria: la vediamo attraverso le parole di André Gide che ne denigra, senza scrupoli diplomatici, usi e costumi al pari del celebre scrittore Tampinar e con il medesimo atteggiamento alla base delle riforme messe in atto da Ataturk quando vietò l’utilizzo degli abiti tradizionali (per
citarne una). Veniamo così a scoprire che l’atteggiamento sprezzante di superiorità e di critica che in passato adottarono alcuni intellettuali europei nei confronti della Turchia non è nulla a confronto dell’impietoso atteggiamento di autocritica e autocondanna dei Turchi contro se stessi. Scopriamo il volto di un paese non stereotipatamente antieuropeo ma profondamente europeista, forse più dell’Europa stessa.
L’Europa è stata ed è nell’immaginario collettivo incarnazione dell’ideale occidentale; ideale che non è più percepito da chi in esso è nato e cresciuto se non come oggetto di autodenigrazione, mancando del tutto la consapevolezza di ciò che rappresenta.
Si arriva in questo modo al paradosso dell'estrema conseguenza di quell'atteggiamento mentale che ho sopra descritto: per non correre il rischio di essere "politicamente scorretti" non solo si pesano con maniacale attenzione le parole ma, per buona misura, per essere al di sopra di ogni sospetto, si parla un po' male di sè, fingendo di aspirare a modelli "altri" che non ci appartengono e che - peggio ancora! - di fatto non conosciamo. Tutto questo senza accorgerci del fatto che questi presunti modelli tali non sono nemmeno per coloro che ad essi appartengono.
Denigrare ciò che è diverso è male ma lo è almeno tanto quanto denigrare la propria patria. E se per la tormentata Turchia questa spaccatura tra dentro e fuori, tra oriente e occidente è lacerazione a tratti straziante ma storicamente fondata, per noi, europei, occidentali, culturalmente monolitici sotto diversi aspetti, è vuoto posare ed adeguarsi ad una moda, atteggiamento superficiale tendente all’acriticità.
Orhan Pamuk è turco, messo all’indice dal governo del proprio paese perché è andato a toccarne gli scheletri – neppure tanto nascosti – nell’armadio ma è, al tempo stesso e prima di tutto, profondamente legato al proprio paese e – cosa ancora più importante – orgoglioso dell’appartenenza alla propria patria.
Tutta questa attenzione a non offendere la sensibilità dell’altrui cultura ha fatto dimenticare che vi è un aspetto estremamente positivo, estremamente sano, nell’istintivo orgoglio di appartenenza e anche nell’istintivo senso di superiorità che questo orgoglio provoca. Non è necessariamente un tratto aggressivo e lesivo dell’altrui dignità


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