.: Inediti: Poesie di M. Valpedo :.

I testi che vi proponiamo vengono da una raccolta che ancora non è stata pubblicata. Si tratta di versi che hanno in sé una sapienza e un uso della lingua che gira attorno a un che di misterioso. Un mondo che viene alla luce, in un taglio di luce, innervato di passaggi segreti (gli incroci degli uccelli, lo scivolare delle navi, l’affondare delle radici). Le figure umane rade eppure consapevoli della loro presenza, del loro ingombro. Una delicatezza di sguardo espressa da un dire che sottende letture attente, ascolto e necessità.
(A.D.)

Mimì Valpedo è nato a Firenze dove, dopo studi classici, si è laureato in geologia. Vive e lavora a Parigi come geologo. Questo è il suo esordio in poesia.

Da Nord

Terrai la mano nel taglio ripido
dell’ovest, nell’indolenza delle navi
che passano lontano e non impennano
la chiglia nemmeno quando il mare
si scassa. Sarai la mia sentinella
dove le isole si fanno rare
ed anche gli uccelli incrociano alti.

 

***

Non seguirne il rumore, resta
scagliata su questa riva
come la radice che apre il margine
ultimo dell’acqua, come l’erica
che contro il nero, la notte, getta
il suo rosa più pallido e fitto
e nel mattino richiama il vento.

 

***

 

Avviene sempre per luci aperte
e brusche chiusure, come mille albe
che non trovano la via.

È una foschia
che non dà spazio al dolore,
una forma di pace, di qualcosa
che precede o come una voce

che grida lungo i secoli al tirare
delle reti e ogni volta nell’acqua
è un’algebra che va in malora.

È questo
più del freddo, che ci fa nelle ossa
un chiarore di riflessi e una voglia
di parlare, di provarci l’arca della bocca.

 

***

 

Ci sono giorni che, sarà la luce, la vedi tutta
l’inclinazione dell’aria, del giorno
e la pendenza d’acqua a cui neanch’io credo.

Strano che lì dove sono più sordo
si annidi un liquido, con i suoi sali,
che concede l’asciutta architettura
del mio equilibrio, che dice
di una geometria minima e d’ogni sua paura.

 

4 canti radenti

Prendeva il giro stretto, tirando
fuori le tende. La luce ancora
non aveva sapore, pareva più lunga
camminando. Di tanto in tanto un volo
tra i rami, l’orecchino. Così
cominciavo a capire dove si annida
un ricordo, nella mattino, certo,
e nel guado della mano, nel vedere
quasi sempre per errore o distrazione,
per incrocio fuori dal dettato.

***

E poi da lì fu un tutt’uno: l’esplorazione
del futuro, la ricerca dei segni,
i presentimenti di una linea in curvatura
verso l’altra, la foce dei capi, delle teste
che avanti lanciavano un’ombra unica
e lunga e buona, fino a sera, inventare
l’esatta direzione, pareva, nelle strade note,
prendere un sentiero verso l’inabitato.

***

Come le vecchie statue in bronzo
che vanno irrispettosamente toccate
per giungere al colore, alla risposta
di perfezione nella mente dello scultore,
anche noi che battevamo la scala del tempo,
il temporale alle sei puntuale come un treno,
saremo tra un milione di anni ancora in corsa
verso la pensilina di lamiera, ancora in tempo
per tornare indietro a raccogliere la maglia
appesantita dalla pioggia, come un oggetto
fuso, appena raffreddato da cui staccare
l’involucro di terra.

 

***

Noi, a quella versione del verso
di un uccello al calare del sole,
credemmo per un po’, poi ci pareva
un eccesso di precisione, come
l’occhiata lanciata all’orologio,
la stessa ora, giorno dopo giorno.
Un caso? Costruimmo la nostra spiegazione
includendo avvistamenti, sottaciute
previsioni, la difesa approntata
in grande furia e il gheriglio di una noce.
La fascinazione viva era già nella parola
che apriva lo spazio tra i rami, il tragitto
per giungere al metro prima dell’ombra
in cui si nascondeva. Non osavamo
guardare più in là. L’immaginavamo
di luce, e di buio in altri giorni,
di spiraglio, sempre minuscolo, sempre
tremante nel fondo di quella nota
che perfezionava, d’odore acre
alla radice di un cespuglio, voce
gettata a un lontanissimo bersaglio.

 

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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