.: Il teatro del terrore di A. D'Agostino :.

Il teatro del terrore, ovvero il Grand Guignol visto da Massimiliano Civica al Teatro Testoni di Casalecchio di Reno (Bo), il 16 marzo con Andrea Cosentino, Mirko Feliziani, Antonio Tagliarini, Daniele Timpano.
Il foglio di sala che presenta questo spettacolo riporta seccamente due voci tratte dall'Enciclopedia dello Spettacolo dove vengono tratteggiati il teatro del Grand Guignol e il personaggio di Guignol. Si aggiunge poi che l'unica compagnia italiana di Grand Guignol, che operava agli inizi del '900, era la Compagnia Sainati, i cui testi sono quelli che vengono detti in questo spettacolo. Non a caso vengono qui forniti dati oggettivi, così come non a caso viene utilizzato il termine "vengono detti" in riferimento alla messa in scena della drammaturgia. Cerchiamo di essere precisi. Mettere a nudo qualcosa, in questo oggi così compiaciuto delle proprie interconnessioni e contaminazioni, (e assolutamente impelagato in esse), non è una cosa tanto elementare. Pare allora che Civica si sia mosso per togliere di mezzo, per quello che concerne il linguaggio del teatro, non solo i trucchetti da quattro soldi (che si spera spariscano presto del tutto) ma anche le fascinazioni più oneste. E lo fa riportando la scena a quel che è (uno spazio vuoto, appunto) e porgendoci delle parole attraverso degli attori neutri, senza enfasi di sorta, senza "intepretazione". Non è dunque nemmeno una narrazione di qualcosa, quello che avviene. Quello che avviene è una tensione. Perché anche l'attore più inesperto, o lo spettatore più distratto, si accorge che nulla è più difficile dello stare in scena quando all'apparenza non succede niente (modo anche per dire che i quattro attori danno qui bella prova di intensità). Del resto pure lo stare seduti in platea non è facile quando non è solleticata nessuna delle voglie che vanno per la maggiore: la voglia di "emozionarsi", di "intrattenersi", di "essere stupiti"... quelle voglie insomma che i pubblicitari sanno soddisfare in tutti i modi. Qui si sta faccia a faccia con quattro persone ferme che dicono delle cose. Che le buttano fuori togliendo ogni possibile retorica. "Aiuto", "ti amo", "muoio" e tutte le parole più significative vengono puramente pronunciate. L'azione è minima e non sottolinea nulla. Eppure si resta lì, presenti e spogli, in quelle storie d'amore e di morte che cascano addosso, in quelle scene che le parole affrescano e che gli attori incarnano senza fingere nulla. Come dire che la poesia è fatta innanzi tutto di alfabeto, senza che si possa dire che si esaurisca in esso. Ecco che dunque l'occasione è offerta. L'occasione per confrontarsi non solo col teatro oggi e con ciò che significa (o potrebbe significare, qualora il pubblico fosse finalmente più vasto); ma un'occasione anche per un'apertura, per una possibilità di riconsiderare alcune cose. Ciascuno sa quali. Oltre a ciò va aggiunto che finalmente è arrivato il tempo in cui non è più credibile o fattibile la sola domanda: "ti è piaciuto?" a fine serata. Finalmente cade in mille pezzi la lavagna dove segnare i bravi e i cattivi, tanto che mancano le parole là dove sono sempre state così tante (e sempre le stesse). Questo spettacolo è dunque uno tra quelli che permettono una riflessione che comprenda un percorso e non la sola esecuzione di qualcosa; quegli spettacoli che permettono una fruizione in cui lo spettatore sia chiamato a collaborare e a riempire i vuoti. A riempirli con il proprio pensiero, ma non solo: con la propria fantasia, anche, con le proprie personalissime domande. Occuparsi di formulare un giudizio, invece di dare spazio a queste possibilità, è perdere questa occasione che viene offerta. Anche se pare sempre più evidente che essere partecipi davvero di qualcosa, oggi che siamo abituati ad avere tutto spiatellato davanti, sia una tra le cose più difficili. Quello che, sì, fa davvero terrore.



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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