|

.:
Da Vie Festival di Modena #2: Tra i mari e le genti di
G. Solano :.
Di gente in gente l’aedo narrava della spietata fine a cui andava incontro chi restava incantato dal richiamo delle sirene, eppure non riusciva a starne lontano neanche il marinaio più audace. A tal punto affascinava la sua feroce bellezza. Ancora oggi se ne ode l’eco, e tra le strade di Modena, Carpi e Vignola si scorge su cartelloni gonfi di pioggia la sagoma di una sirena, simbolo del festival Vie 2007.
Nella sera dell’autunno emiliano potremmo imbatterci, novelli marinai, in uno di quei mostri sacri senza un’identità precisa, così ci promette il cartellone. In ogni sala allo spegnersi delle luci ci aspettiamo la sua visione meravigliosamente terribile, ibrida, come quell’oggetto che si vuole tanto guardare pur sapendone insopportabile la visione. E’ in questa ricerca che si consumano le giornate del festival. Una breve epifania sul palco.
Ogni sera il cartellone mantiene la sua promessa. Compare inafferrabile la sirena sul palco, neanche il tempo di distinguerne bene il canto che già è svanita. E poi di nuovo buio, luci di sala. Al termine degli spettacoli gli applausi sono generosi, ma quello che resta ci lascia sempre un po’ sospesi, nel proprio. Con un po’ di imbarazzo nel salutarsi all’uscita del teatro. In bilico.
Sospesa è la parola nel “Madrigale appena narrabile” ideato da Chiara Guidi e Scott Gibbons, di cui si perdono i contorni per coglierne il senso residuo, tra i silenzi e l’insieme sinfonico delle voci. Si entra nella mente di un cane, viene evocato un incontro, che mantiene solo alcuni segni del racconto, le suggestioni, appena narrabile appunto. La dimensione onirica non trova spazio nell’esattezza della partitura, di cui si apprezza un’eleganza che sembra essere la costante anche del lavoro di Virgilio Sieni e Sandro Lombardi, “Le ceneri di Gramsci”. Tutt’altre sirene.
Qui si tratta di recitar-danzando. E di riportare la poesia del testo di Pasolini difficile già alla lettura. Unico tramite: l’intimo duo, l’attore e il danzatore. Sfida rischiosa. Ad ascoltarle nude e recitate le parole rischiano di rendere pesante lo spazio vuoto sul palco del teatro Storchi, coraggiosamente vuoto. C’è stato chi lo ha riempito di attori bravissimi, luci e tamburi senza riuscire a nascondere la finzione del teatro. O forse voleva smascherarla fino in fondo Marco Martinelli con il suo “Ubu Buur” recitato in wolof - la lingua degli attori senegalesi - e dialetto romagnolo. Certo di questi tempi il multietnico va per la maggiore, ma l’energia e la presenza degli attori non può bastare, serve una forma. E alla ricerca di una forma era l’ultimo studio di Romeo Castellucci, “Vexilla regis prodeunt inferni”, lavoro preparatorio per il futuro progetto dedicato alla Divina Commedia.
Cinque quadri staccati in sequenza. Visioni - di salvezza? condanna?- ci appaiono in spazi enormi in cui si perde ogni senso. A tratti l’insieme sembra illuminarsi di una luce capace di svelarne la costruzione, il legame tra gli elementi, ma l’abbrivio scompare sul nascere. Restano delle sensazioni anche fisiche, dopo essere rimasti chiusi nella coda di un corridoio stretto da sei cavalli che sbarrano ogni via d’uscita. Per una decina di minuti, tra l’umido e un odore ferino nauseante, restiamo nel dubbio se quest’enorme dispiegamento di mezzi abbia una necessità, anche emotiva. Ancora una volta sospesi.
Forse la soluzione dell’imbarazzo è qui, nell’accettare di stare in questo limbo dove conducono molti spettacoli senza permetterci di gettar via la paura di emozionarsi, nello spazio delle costruzioni sofisticate o in quello di chi sottrae tutto il possibile per provarsi a descriverne il vuoto. In attesa.
E’ restando in questo limbo che riesco a permettermi il piacere di uno spettacolo di narrazione.
Per caso. Per un biglietto di altri mi perdo tra i tonni e il “vasceddu di livanti”, in uno spettacolo costruito con l’arte del cunto,“ N’gnanzou’”.Certo, non è una sirena che sbrana Vincenzo Pirrotta. Ma il suo racconto della tonnara, la mattanza dei tonni, a poco a poco ci ammalia dipanandosi sul filo di una lunga collana, dove ogni divagazione è un cammeo. In quello spazio tra l’invenzione e i ricordi prendono forma le storie e veniamo rimessi in contatto con un tipo di immaginazione proprio dell’infanzia, di epoche lontane, forse le stesse da cui giungono i racconti del fatale canto delle sirene che seduceva i viaggiatori per mare, facendone vittima.

|