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Dal
20 giugno è in libreria daemon 14...
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Performances dal mondo del teatro
Finito lo
spettacolo, dopo i complimenti rituali, e le scuse dell'attore per dettagli
non rilevanti (sorta di captatio benevolentiae, ma che gli si perdona
con amore per la soddisfazione di aver fatto un accredito stampa non inutile)
si va magari a cena con la compagnia e si discute di varia umanità
di fronte a del vino buono e meno buono. Nei festival estivi invece ci
si ritrova nel parco adiacente allo spettacolo e mentre il pubblico defluisce
si riconoscono le stesse persone del festival della settimana scorsa nella
provincia vicina: cambiano gli assessori, e qualche buona signora dallo
sguardo acuto, ma si intravedono critici, attrici, registi, giornalisti,
stagiste della kermesse appena terminata. Ovviamente non tutti si conoscono
ma quando si presentano cominciano a parlare dello spettacolo dove Cesare
ha finalmente mostrato tutta la sua intelligenza scenica: una vera prova
d'autore. Come rispondere ad un'attestazione così perentoria? Riferendo
ovviamente dello spettacolo di Mariangela, che ha saputo rinnovarsi
restando fedele a se stessa. Arriva poi un terzo che non riesce a trattenersi
raccontando gli ultimi aneddoti su Ascanio, mentre il primo interlocutore
(che mi immagino chissà perché un'interlocutrice) riprende
concedendo a Filippo una forza espressiva che va al di là
di qualsiasi aspettativa. Riprende, all'ombra de' pini del parco dove
si tiene la rassegna, il secondo conversatore (ovviamente gay) che ha
conosciuto dettagli sull'ultimo lavoro di Emma, che verrà
presentato fra due settimane nel festival organizzato da Romeo.
Ma attenzione, sì, si sta proprio avvicinando Oscar. Il
suo ultimo studio ha destato qualche perplessità: ha preteso troppo
sporcando la scena con innumerevoli dettagli. Ma la sua sensibilità
è viscerale e non tarderà a dimostrarlo continuando nella
sperimentazione. Il pubblico, insomma, ha reagito.
Ad ascoltare la conversazione eravamo con un'amica che si interessa di
biotecnologie oltre che di teatro, quando può. Andiamo a berci
insieme un po' di vino buono e meno buono, discutendo di varia umanità.
Lei mi chiede se a quei nomi corrisponde veramente qualcuno. Io cerco
di ricordare qualche cognome da aggiungere alla conversazione ma lei conclude:
"allora non si stava parlando veramente di teatro, ma di relazioni
sociali, si cercava di ristabilire un orizzonte di appartenenza, no?"
Mi ha spiazzato, reagisco replicando con la più classica delle
generalizzazioni: "Evidentemente il teatro italiano è come
l'italiana società: si va avanti solo con le conoscenze e si deve
far capire implicitamente quali". Giustamente non è soddisfatta:
è ancora troppo poco. "Ma non è un cane che si mangia
la coda? In questo modo il teatro italiano non farà altro che parlare
solo di se stesso", riprende sempre più coinvolta. "Certo",
mi sembra di avere risposto, "ma al di là dei nomi senza cognome
sta il pubblico vero e proprio, ci sono persone testarde che si accanisco
a tentare nuove strade e che non vedono il teatro come un assoluto, ma
come una meravigliosa forma di apertura, di collaudo, un racconto della
vita sempre necessario da fare, una terapia per comprendere la portata
e l'arcanicità delle nostre esperienze". La conversazione
è poi proseguita oltre, anche perché di rispondere così
non sono in realtà capace. Questa apertura del teatro italiano
va sondata e collaudata, in tutte le sue manifestazioni e nei connubi
con le altre arti: performance, poesia, romanzo, immagine. Ma anche in
se stessa, perché raccontarsi a teatro e raccontare il proprio
teatro non vuol dire denudarsi.
Ecco il perché questo di daemon è un numero di interviste.
Temi ed incroci poi li troverete leggendo le conversazioni fatte con alcuni
dei protagonisti della cultura italiana che ci sono sembrati necessari
per aprire l'argomento "persona o più persone che agiscono
di fronte ad un pubblico in un contesto da tutti riconosciuto come evento
artistico": dal Teatrino Clandestino a Mariangela Gualtieri, da Filippo
Timi ad Ascanio Celestini, da Armando Punzo a Marco Martinelli solo per
fare alcuni nomi. Passando attraverso le performances di Tiziano Scarpa,
Cesare Viel, Michael Fliri. Necessari proprio perché responsabili
delle loro scelte, in grado di donare non solo nome e cognome, ma segni
particolari, provenienza e misure delle proprie attitudini: un continuo
collaudo sulle proprie esperienze.
Ecco infine la replica della mia amica immaginaria alla risposta che non
ho dato: "Ma allora gli artisti con nome e cognome, in Italia, esistono,
no?"
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