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E il lavoro come va? Ce lo raccontano
gli artisti :.
C'era una
volta, anni e anni orsono, un favoloso denominatore comune attorno al
quale ci si riuniva, si dibatteva, ci si esasperava per catalizzare i
conflitti, le speranze e le utopie di ogni sorta di esperienza. Ambito
precipuo di dibattito, c'era una volta questo chiaro focolare attorno
al quale intellettuali, scrittori e filosofi si scontravano per determinare
la propria, personale o collettiva, visione del mondo com'era - o come
avrebbe dovuto essere. Come analogia di una appartenenza o di un'alienazione
ad un mondo reale od utopico il lavoro veniva inteso da artisti e scrittori
come strumento di critica sociale, modalità di rappresentazione
realistica o denuncia delle proprie insofferenze. C'era una volta una
chiara differenziazione tra le varie modalità, tra i vari status,
tra le varie competenze lavorative. C'era insomma l'esigenza di dimostrare
la specificità del lavoro intellettuale come metadiscorso sul lavoro
tout court. La discussione odierna sul nuovo lavoro è radicalmente
cambiata.
Un signore morto 60'anni fa parlava di una perdita oltremodo significativa
nel mondo dell'arte. Qualcosa che con le nuove possibilità tecnologiche
si profilava all'orizzonte come rivoluzionario nel fare, nel percepire
e nel fruire del lavoro artistico. Se le aure dell'arte sono definitivamente
cadute (ma c'è sempre uno zoccolo duro di nostalgici, vedi per
la poesia
) con tanto di rispettivi disincanti, ci permettiamo di
forzare una definizione diventata famosa per aggiungere che anche il lavoro,
nel mondo in cui viviamo, ha perso definitivamente l'aura rispetto al
mondo in cui discutevano i classici del Novecento. Scrittori per i quali
rappresentare una determinata professione significava raccontare un mondo,
un'ideologia, una versione personale, una denuncia precisa.
Le ragioni della svolta sono evidenti e nessun teorico della postmodernità
non può far a meno di menzionarle. Più interessante, e compito
di questo numero di daemon è combinare mondo della letteratura,
dell'arte e mondo del lavoro.
Ovvero: constatare per esempio quanto interessi tale cambiamento alla
narrativa contemporanea. Narrativa che in Italia in un articolo di Massimo
Belpoliti del 27 aprile 2002 su TuttoLibri sembra non interpretare la
questione o più che altro non interessarsene. A dire il vero Belpoliti
sottolinea che l'ultima narrativa non rappresenta il nuovo lavoro e le
nuove professioni, interessata più che altro a raccontare di protagonisti
comunque intellettuali, se non addirittura scrittori essi stessi. Perché
dunque il problema del cambiamento anche di categorie professionali, non
viene affrontato? Come parziale risposta possiamo ripetere, con altre
parole rispetto a sopra che il lavoro oggi non identifica. Ma fino ad
un certo punto.
In effetti c'è una certa difficoltà ad identificarsi con
un lavoro interinale
ma potremmo chiedere ai nostri operai se si
identificano con il lavoro che fanno. Probabilmente ci risponderebbero
in un'altra lingua, visto che ormai gli italiani con sempre maggiori difficoltà
accettano un lavoro che anche per i nostri padri magari voleva dire una
bandiera, o un'affermazione. Da questo punto di vista è ovvio che
siano scomparsi gli operai dalla letteratura, ci interessa soltanto vedere
come questi lavoratori la sera suonino i loro strumenti "etnici"
nelle piazze. Il fatto è che il lavoro "che conta" si
è tutto intellettualizzato, ed è questo che i nostri libri
raccontano. Le dinamiche del lavoro si sono informatizzate: non ha più
senso parlare di lavoro come emblema di varie società, reali o
possibili.
Le case editrici sanno fin troppo bene come si possa reagire al cambiamento
abbondando di collane sulla new economy (fra l'altro in discesa di consensi
come le borse occidentali
) o su quel concetto stuprato che è
"globalizzazione".
Dobbiamo guardare un po' più in profondità ed occuparci
di come si rappresenta oggi il lavoro non solo come fatto letterario o
artistico, ma anche e soprattutto come strategia editoriale o come dinamica
di comunicazione o di esclusione di realtà che non sembra interessante
illuminare.
Le risposte di Massimo Carlotto, Giulio Mozzi e dello stesso Massimo Belpoliti,
intervistati in qualità di scrittori ma anche di operatori editoriali
e culturali, gettano luce su questa molteplice nuova realtà.
Ma da qui
sorgono altre domande che con questo numero 6 tentiamo di chiarire generalizzando
il discorso non solo sulle strutture editoriali o culturali. Le domande
coinvolgono le nuove strutture produttive dell'Occidente le cui conseguenze
narratori scomodi come Houellebecq e McInerney hanno descritto. O portato
ad estreme, paradossali conclusioni.
Una dibattito aperto, dunque, che coinvolge non solo la semplice scrittura
letteraria. Necessario risulta riaprire le prospettive del dialogo della
più attuale filosofia. Attraversiamo le varie interpretazioni sull'argomento
mettendo a confronto i modelli proposti da Virno e Galimberti.
Per precisare i contorni del dibattito con servizi attenti al mondo delle
arti applicate. Daemon è entrato così in casa del gruppo
Benetton per osservare da vicino la realtà di Fabrica, punto di
convergenza di espressioni artistiche ed esigenze di mercato. Per un viaggio
infine oltreoceano nella New York della moda e della fotografia vista
con gli occhi di una delle riviste internazionali più di tendenza,
entrando nella redazione di Visionaire.
Un tema vastissimo, di sicura attualità. Abbiamo cercato di aprire
alcune porte che riteniamo significative di una problematica che va ben
aldilà del mondo dei libri e delle culture artistiche.
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