.: Dopo il paesaggio :.


L'Italia è proprio un bel posto dove crescere. Ci sono tante cose da fare, tanti posti da vedere, si può fare il bagno in un mare ancora più blu del cielo come si possono visitare le rovine di antiche civiltà che hanno concorso alla definizione della nostra. E' il paese delle cento città, ci sono le montagne, ci sono le colline, ci sono i laghi. Ci sono le città del futuro e le città del passato, le campagne con ottimi agriturismi e l'incontaminata natura protetta dal WWF.
Se si fa un passo indietro nella letteratura almeno del '700 si noterà come tutti i figli dei ricchi europei dovevano passare qualche anno in Italia in gioventù. Giovava allo spirito, giovava al corpo. Il viaggio in Italia o Grand Tour era una tappa d'obbligo per l'educazione, per la formazione del giovane nobile. Non si entrava in società se non si sapeva raccontare del Golfo di Napoli, della campagna romana, delle troie veneziane. Ma cos'è che si veniva soprattutto ad imparare, a vedere, in Italia? Il paesaggio.
La tipicità e la valenza del paesaggio italiano derivava da quell'unica commistione e armonia tra paesaggio naturale e paesaggio umanizzato, tra cultura e territorio, tra la sapienza e l'arte di una civiltà con secoli di storia e bellezza ed il mito testualizzato da secoli di poesia bucolica. Si veniva in Italia per vedere, per assaggiare il famoso "paesaggio culturale" italiano.
Tale paesaggio si trova ancora oggi in qualsiasi guida turistica ed è ancora oggi una fonte di reddito cospicuo per il paese che ha il mito di mantenere entro i propri confini il 40% dell'arte mondiale. A parte il fatto che vorrei sapere quali percentuali hanno, per esempio, il Bangladesh (0,01%?) o anche la Finlandia (0,8%?), insomma, dove possa io approfondire questa scienza esatta, la domanda cardine di questo numero è: questo mito del paesaggio culturale italiano, ci appartiene?
O meglio, cosa vede la nostra generazione quando gira per Firenze o per le campagne emiliane, cosa sente tra i mercati di Palermo o cosa immagina tra i palazzi di Milano? Cosa riconosce?
L'abbiamo chiesto agli interpreti che preferiamo, i nostri libri.
La generazione di scrittori precedente a nostri anni ha dato molte risposte a questo quesito, tra stupore e indignazione per un cambiamento paesaggistico che si faceva antropologico e riflessioni su un avvenire i cui segni erano già evidenti nelle ferite, ma anche nelle modernizzazioni di un paesaggio che esigeva funzionalità, mobilità; che risentiva e si adattava alle nuove prospettive. Alcune di queste risposte le abbiamo riportate nei saggi su … (e qui vediamo se arrivano i saggi su Volponi e Ortese, ma anche Ermanno Rea), testimonianze di un sentire che presagiva il cambiamento. E lo pativa.
Il cambiamento è ora alle nostre spalle, ne siamo i figli. La nostra sensibilità ne è forgiata. Ma il cambiamento non è avvenuto solo a casa nostra, è generalizzato. I paesaggi delle altre nazioni, e si puntualizza ancora paesaggi culturali, ne hanno risentito in modo specifico, e date le enormi influenze reciproche, confrontare le diversità e le specificità nelle letture che ne hanno dato i propri interpreti risulta un utile metodo per accostarci alla complessità del problema. Fare i conti con la lettura di una generazione di poeti ed artisti transnazionale vuol dire fare i conti con la nostra identità vacillante, in un momento di superficiale accettazione delle differenze.
Un ultimo punto. Il problema del paesaggio culturale non è solo questione di lettura, di interpretazione. Se da una parte ci sembra ovvio superare facili e semplicistiche dicotomie come città/campagna o est/ovest in direzione di una attenta ricognizione delle possibilità che la tematica offre, dall'altra la questione sul paesaggio è anche un problema di gestione. Gestione di risorse, di aspettative, di tradizioni. Le violente polemiche contro il ministro Urbani ne sono solo un esempio. Mai come oggi si sprecano conferenze, esposizioni e progettazioni sulla città futura e i sui parametri che la comporranno, ecco un altro esempio. Non saranno i nostri artisti a mettere in museo la progettazione o la valorizzazione di siti culturali?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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