.: Italiano dove stai andando? :.


Dicembre 2003. Ultimi giorni a Firenze di Dove il sì sona, esposizione dedicata alla lingua italiana, inaugurata nove mesi orsono. "L'obiettivo era quello di testimoniare e documentare l'evoluzione della lingua nel tempo. C'erano postazioni multimediali che permettevano di giocare con i testi, smontarli, insomma divertirsi con l'italiano. Sono state le più apprezzate, soprattutto dai molti studenti delle scuole: l'affluenza è stata infatti buona". Parola di Luca Serianni - organizzatore della mostra e docente di Lingua Italiana alla Sapienza di Roma.
Gennaio 2004, in giro per l'Istria dove qua e là si sente ancora parlare qualche parola in italiano. Ci saranno giornali autoctoni ancora nella nostra lingua, in una terra dove il sì non sona più solare come a Firenze? Chiedo all'edicolante in inglese, mi risponde in una specie di dialetto veneto: "Se prendi il Piccolo di Trieste ti leggi in allegato anche La Voce del Popolo quotidiano dell'Istria e di Fiume". "Ma non si può comprare da solo?" - incalzo l'edicolante. "Come vuoi… allora il Piccolo di Trieste è in regalo con la Voce del Popolo". I due giornali insomma vanno a braccetto.
La Voce si stampa da decenni e decenni nonostante i toni un po' ingenui da pre-guerra fredda. Sorretto e rinnovato di recente dal quotidiano triestino testimonia lo sgretolamento progressivo della più grande comunità di "Native Italians" oltre le Alpi. I redattori si riferiscono ad un mondo dove nazione implica lingua, e non viceversa. La lingua di questo giornale è la diagnosi precisa della comunità che rappresenta.
Due esempi antitetici per aprire alla domanda fondamentale di questo numero: partendo dall'italiano, qual è l'immagine della nostra cultura, l'immagine che ne abbiamo noi e quella che esportiamo? Se l'interesse per la nostra lingua all'estero cresce (Tullio De Mauro dixit) bisogna fare i conti con la reale posizione che la nostra cultura rappresenta, tra rivolgimenti umani (l'apporto costante e creativo dei "nuovi italiani"), vecchie tare ereditarie ed una volontà di rivitalizzare una lunga tradizione che la stessa mostra curata da Serianni testimonia.
Da Bologna verso Milano (febbraio 2004) ascolto allora i flussi e riflussi di italiano regionalistico nelle parlate in treno, ma con una novità. Ci sono accenti diversi, che non riesco a decodificare perfettamente: un po' di dialetto, un po' di italiano masticato e un po' di… Non lo so. Alzo lo sguardo e noto che i parlanti hanno un aspetto tipicamente non emiliano, e neanche europeo. Il loro italiano è qualcosa di completamente nuovo e vivo.
Nel capoluogo lombardo con gli altri redattori di daemon incontriamo Stefano Salis, giornalista del Sole 24'Ore, per schiarirci un po' le idee su dove stia andando l'italiano e la nostra cultura. "Se oggi l'italiano è una lingua di minoranza? Assolutamente si" - ci risponde. "Siamo stati - linguisticamente parlando - unificati dalla tv, ora saremo colonizzati, sempre più, dall'inglese. Sinceramente me ne posso rammaricare, ma non mi sembra il caso di strapparsi le vesti: l'italiano è vivo e vegeto e ha una comunità di parlanti - per la prima volta - che lo usa assiduamente e con cognizione di causa. Quanto e se resisterà, non saprei dire. Penso che ci sopravviverà, comunque."
La nostra lingua è un'enorme passato, ma è oggi anche qualcosa di completamente slegato da questo passato. Sapendo che l'italiano rappresenta una minoranza geopolitica chiedersi oggi quali siano le forme di questa lingua significa scavare in fondo alla nostra cultura, alla nostra empatia con il presente. Da più parti la nostra lingua viene data come finalmente consolidata, come se ancora il problema fosse quello di "quale italiano". Ma questo è il punto di partenza per più ricerche che si diramano all'interno di più società. La nostra lingua, presa nella concreta effettualità ci rivela tutto lo spettro di possibilità aperte e quelle già chiuse della nostra cultura. Se Salis ci ha dato poi la sua versione negli ambiti della narrativa, abbiamo chiesto ai migliori nostri giovani poeti il loro personale approccio, da facitori di quella che è sempre stata una lingua nella lingua, la poesia.
L'influsso e lo scambio con le lingue estere, il problema della traduzione in termini di qualità culturale, dell'insegnamento e delle potenzialità creative che la nostra lingua può oggi avere nei contatti con diverse tradizioni e diversi media sono tutte domande che concorrono a definire la nostra stessa immagine, da dentro e da fuori. Pacifico e Bregola si sono posti il problema, l'uno nel suo primo romanzo, l'altro con Da qui verso casa, raccolta di interviste a scrittori che italiani non sono ma hanno scelto di vivere nel Belpaese e narrare nella sua lingua. Paolo Nori ci racconta poi la sua esperienza di autore tradotto in Germania, per capire come una cultura così vicina e così lontana come quella tedesca recepisce e seleziona ciò che arriva da sotto le Alpi.
Considerando infine uno dei grandi motivi creativi di questi ultimi anni, la narrativa post - coloniale, arte di crocevia e non di frontiera, noi italiani abbiamo una lunghissima tradizione di migranti. E abbiamo sempre lasciato le nostre tracce: nel tango argentino come nel Messico raccontato da Fabio Morabito. Fino alla doverosa domanda se sia lecito a questo punto ragionare in termini di cultura italiana relativa alla nostra lingua. Allarghiamo gli orizzonti e vediamo se una "lingua italiana" esiste ancora nell'arte e del design. Non potrebbe la "langue douce et harmonieuse" - come la chiamava Rousseau - essere portatrice di più ampi alfabeti, di un orizzonte ben più allargato di quello nazionale? Siamo pronti a tutto ciò?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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