.: Sebastiano Aglieco, Dolore della casa, Il Ponte del Sale, Rovigo 2006, euro 13 :.

di Maurizio Casagrande

Le sette "stanze" in cui si articola l'architettura di Dolore della casa, le sette porzioni del libro che ricordano fin da tale scelta nella scansione delle parti l'iconografia dell'addolorata, sono attraversate da un'unica ossessione e, forse, vorrebbero porsi quale lenitivo e superamento di un trauma, quello - dolorosissimo per il poeta - di una duplice perdita: la casa appunto, quindi le radici e il radicamento a una terra, e la madre che costituisce senz'ombra di dubbio il fulcro dell'opera. Un libro sul dolore, quindi, che viene a confermare approfondendola in direzione etica la visione della vita e della poesia che distingue il poeta siciliano coerentemente con le raccolte precedenti, da Minime (Lalli 1985) a Giornata (La Vita Felice 2003). Ma con un'avvertenza che il lettore farà bene a non trascurare: la "casa" rappresenta metaforicamente anche la poesia, come il suo strumento d'espressione - la lingua e la parola, ma una parola "muta" o cannibale: "Mi mangiano le parole nelle bocche / di tutti" (pp. 29 e 30) - e pertanto il libro va letto sempre su due piani paralleli e distinti, quello esistenziale-biografico e quello metalinguistico nel quale non è meno doloroso il rapporto fra il poeta e la parola: "Alla parola ho chiesto tutto / la strada del ritorno e / la formula per sedare il vento; / ma c'è una frattura nel mare / il segno di una separazione / in cui, a volte, un dio c'intrattiene" (Alla parola ho chiesto tutto, p. 75). Una conferma diretta alla tesi appena esposta viene dalla rivisitazione compiuta da Aglieco sul mito di Orfeo ed Euridice, nella felicissima sezione Dialogo col noce come nella precedente Muore chi deve morire: "Aspetta e tutto ti sarà restituito: il veleno a fiotti, l'alba senza le / parole di una volta / […] / Aspetta e tutto ti sarà negato nelle parole. / Credi ancora in questo: credi alla morte / di Euridice, e per sempre" (Crocevia, II, p. 41). Coerentemente alla simbologia di Orfeo, ma senza alcuna deriva orfica, il poeta viene delineato nelle fattezze dello spossessato di se stesso ad opera di un dio e il suo compito è quello di custodire la parola, una parola però alla quale egli impone precisi requisiti etici: "Parole aperte alla chiarezza e respirate / finalmente segnate nella tregua di un confine!" (Bassa marea a Saint Aubin, p. 79).
Proprio il serrato confronto con il mito costituisce, nel libro, uno dei guadagni più sicuri da parte di Aglieco. Si tratta, da una parte, dell'approfondimento del tema dell'esule e di quello della perdita sulla scorta dell'Odissea omerica, dall'altra della costruzione di una mitologia familiare e privata che trova i propri punti di forza nella terra e nel mare di Sicilia (ma anche nella luce) come in alcune figure cardinali del vissuto quali la madre, il padre o il nonno Vincenzo Cannata: "… ancora lì, bambino sospeso sulla balaustra, dove m'innalzavi al vuoto, alla luce dei tetti. Perdevo il respiro, e ancora quella luce, quel vuoto, non mi lasciano respirare" (Fondazione, p. 70). La lezione dei classici, dunque, ma coniugata alla maniera dei moderni, di Rilke e Rimbaud, citati non a caso negli eserghi di un paio di sezioni (e non solo: si veda la lirica di p. 43, Una sera ho preso la bellezza), ma anche di Pasolini, quello delle Ceneri di Gramsci e delle poesie alla madre: "Ecco la durezza: essere con te in una / forma della bellezza che redime / le parole, parole mai dette nel / timore. Questa la condanna / dei vivi: tradire i tuoi secondi" (Non ricordo, non mendico, p. 14). O, ancora, alla maniera dura e cruda di un altro grande friulano recentemente scomparso, l'Amedeo Giacomini di Libera nos a malo (Si veda Amedeo Giacomini, Antologia privata. Poesie in friulano 1977-1997, Mobydick, Faenza 1997, p. 27): "Dio che ci fai spezzare il pane / e bere il vino, ogni giorno lo / spezzi insieme a noi, ogni giorno / per tutto quello che non capiamo" (Dio che ci fai spezzare il pane, p. 16), dove la modalità stilistica della preghiera ricorrente anche in altri luoghi del libro attribuisce al medesimo quasi la funzione di una celebrazione liturgica, la liturgia del distacco e della perdita che è anche elaborazione di un lutto e suo superamento: "Casa segnata da un muro divelto / casa di risonanza sottratta alle parole dure / casa da custodire e riparare dalle insidie dei monti! / […] / Questo te lo concedo / questo te lo chiedo con voce forte: / esponimi al silenzio di tutte le stelle" (Casa che si chiama mente, p. 47). Da segnalare, inoltre, come il materiale del mito si sposi con naturalezza ad uno stile nervoso e secco sempre sul limitare del tragico, ma una tragedia che - come in Pasolini, Leopardi o Rimbaud, piuttosto che De Angelis - conosce punte altissime di lirismo, come di lucidità nella disperazione: "vieni, spalancami con le tue chiglie / riempimi di un vino amaro. / […] / Ma la mia terra è il mare / e il mare ha sponde tenebrose / anfratti in cui si perde l'ora / e il tempo non consola" (Esilio, p. 74).
Altro nodo di fondo del volume è da riconoscere senz'altro nella tematica della morte: al cospetto del mistero della morte, sembra suggerire Aglieco, gli unici linguaggi dotati di senso sono quelli del silenzio o dei bambini, in una sorta di regresso all'infanzia che restituisce al poeta la madre perduta: "Più grande il tuo corpo / - tu piccola, assente / madre bambina / tornata nel tuo ventre" (Più grande il tuo corpo, p. 11). A fronte di tale scacco, però, il poeta non rinuncia alla parola: egli piuttosto la coniuga nell'unica maniera possibile, la stessa sperimentata a suo tempo da Marco Munaro - chiamato a misurarsi con le medesime urgenze - nella silloge Vaso blu con narcisi (I quaderni del circolo degli artisti, Faenza 2001), vero e proprio libro votivo. E l'itinerario in questa selva tutta interiore conduce ad un "risveglio" (Pietra miliare, III, p. 97) che deve qualcosa, forse, alla saggezza del Libro tibetano dei morti: "non sarai per sempre guardiano delle / parole, puoi solo ritagliare uno sguardo per / gli alberi nuovi, sospenderli nell'acqua / vessilli, da una distanza controllata. / Saranno ancora / le tue innocenti offerte ai vivi. // Ognuno è predetto, battezzato" (Ancora da una prospettiva, p. 87); e ancora: "Nessuno riderà di noi / saremo calmi e sereni / sottraendoci a uno scopo" (Verso l'Isola, II, p. 89).


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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