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.: Franco Baldasso, Il cerchio di
gesso. Primo Levi narratore e testimone, Edizioni Pendragon 2007 :.

"L'affrontare
il presente con lo sguardo del narratore è una forma di resistenza. Implica
uno sdoppiamento: c'è un Primo Levi immerso nella melma umana degli Häftlinge
e nello stesso tempo un Primo Levi che si racconta, che si osserva da un altro
luogo mentale; [
] questa separazione tra l'io narrante e narrato preserva
la mente in quanto ne è una specifica funzione: è la coscienza,
la quale presuppone un guardare se stessi da una certa distanza mentale".
Come ha scritto Stefano Levi Della Torre, l'irriducubile esperienza di Primo Levi,
che ha consacrato la propria vita alla testimonianza della Shoah, non può
essere più disgiunta da una piena ricognizione delle sue qualità
di narratore. A vent'anni dalla morte dopo esaustive analisi ed interpretazioni
critiche possiamo comprendere la piena eredità non solo letteraria di Primo
Levi, un "classico" della nostra letteratura, autore capitale per comprendere
il Novecento, partendo dal fulcro di tutta la sua opera: la presenza come narratore
all'interno della sua stessa scrittura. Figura indimenticabile per i lettori
di tutto il mondo, che talvolta hanno travisato il suo messaggio considerandolo
erroneamente "consolatore", Levi costruisce attraverso la figura di
testimone e la sua capacità di osservazione un intero universo narrativo,
dall'autobiografia al racconto fantastico, dal romanzo storico alla parabola fantascientifica
al racconto umoristico. Con una inesausta ricerca sperimentale affina i temi già
presenti nelle sue più famose opere testimoniali come Se questo è
un uomo e La tregua, in tutta la produzione successiva. Rivelando come
la testimonianza sulla Shoah sia ancora una volta parte integrante dell'antropologia
dell'uomo contemporaneo. Levi costruisce la sua figura di narratore ritrovando
le proprie radici nella millenaria tradizione del racconto ebraico, dove "è
bello raccontare i guai passati" come nell'epigrafe del Sistema Periodico,
ma anche attraverso la sua formazione tecnico-scientifica, le qualità del
suo umorismo ed un'inedita propensione verso lo spettacolo ed il meraviglioso.
Instancabilmente tenta di riaprire il dialogo con il lettore attraverso una conversazione
civile, costringendolo tuttavia ad ascoltare la sua terribile verità: l'impossibilità
dell'ordine che la vertigine di Auschwitz ha confermato. Seguendo le fila del
"narratore-narrato", l'opera di Levi ne esce complessa, stratificata,
a tratti contraddittoria, non risolta. Protesa verso l'irriducibile complessità
dell'"esperimento-uomo" più che verso le istanze della ragione
liberal-illuministica ravvisata dalla critica alla morte dell'autore. Un'opera
costellata di figure inquietanti, simboli ed epifanie che ricordano ossessivamente
l'urgenza della memoria: come la figura del cerchio, in tanti racconti ossessiva
indelebile simbolo dell'arrivo ad Auschwitz nel febbraio del '44 e memoria lapidaria
dell'oscura verità umana, rivelata nello sterminio degli ebrei d'Europa. Completa
il testo un'appendice critica sulla letteratura internazionale della Shoah e sull'opera
narrativa dei testimoni. Un'indagine circostanziata che attraversa il dibattito
storiografico più aggiornato e la critica letteraria in campo internazionale,
le problematiche filosofiche relative allo "scrivere dopo Auschwitz"
e le opere della cosiddetta "seconda generazione". Ovvero i capolavori
dei figli dei sopravvissuti della Shoah che raccontano l'ossessione della memoria,
dal fumetto Maus di Art Spiegelman al romanzo Vedi alla voce: amore
di David Grossman. Infine, proposte d'analisi sui maggiori testimoni dello
sterminio nazista degli ebrei d'Europa. Testimoni che, come Primo Levi ma diversamente
da Paul Celan o Jean Amery, hanno scelto la forma della narrazione per raccontare
la propria irriducibile esperienza della Shoah, tra il dovere della memoria e
l'esigenza di ripensare la propria ebraicità: Imre Kertesz, Elie Wiesel,
Ida Fink, Aharon Appelfeld.
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