.: Stefano Bollani, La sindrome di Brontolo, Baldini Castoldi Dalai Editore 2006, euro 12,00 :.


di Valeria De Mattei

Si stava meglio quando non si stava.
E' questa la morale cui giunge Umberto Sbatocci alla fine di una seria discussione con Pippo, il tassista.
E in effetti, a ben vedere, la conclusione non avrebbe potuto essere diversa…a meno, appunto, di non essere del tutto.
Realtà e finzione, storia narrata e vita reale, personaggi (letti) e persone (lettori)… questi i binomi fondamentali (ma in realtà il binomio e poi solo uno visto sotto diverse luci) lungo i quali si articola questo divertente romanzo d'esordio del milanese (ma d'adozione toscana) Stefano Bollani.
La sua mente creativa gioca con i personaggi come il le sue dita di jazzista giocano con le note sulla tastiera del pianoforte, dando così vita ad un insieme armonico ma in costante movimento.
Un unico quadro o una galleria di quadri? Forse qualcosa di più simile ad un dipinto di David Teniers, un quadro raffigurante tantissimi altri quadri, sempre più piccoli, in quello che è quasi una caleidoscopio di raffigurazioni concentriche.
Un venditore di palloncini costretto a cambiare continuamente zona perché i bambini che comprano i suoi palloncini inevitabilmente volano via; un tassista logorroico che fa decisamente a meno di fingere di ascoltare i propri passeggeri; una donna tormentata da un senso di colpa pressoché universale; un tranquillo e semplice impiegato, Simpliciano, appunto, con una storia pronta da narrare per ogni situazione e con la chiara consapevolezza di essere lui stesso parte di una storia che qualcuno leggerà (o magari sta già leggendo…?); un generico Marco con un'identità differente in ogni paese del mondo e con un rapporto decisamente conflittuale con un libro che, a quanto pare, ha la pessima caratteristica di raccontare la sua vita mano a mano che essa si svolge…è forse il libro che anche il lettore sta leggendo e in cui si legge di un personaggio che legge un libro di cui è personaggio e che…e così via, all'infinito.
Nel breve spazio di neanche un centinaio di pagine le vite di tutti questi personaggi si affacciano nella nostra e per una serie di circostanze si ritrovano anche intrecciate tra di loro, come se fosse stato magicamente catturato l'istante di contatto di tutti questi fili sparpagliati d'esistenza, di queste stelle filanti che corrono un po' a caso e un po' no verso una meta che un po' si conosce, un po' si crede di conoscere, un po' non interessa affatto perché il bello è il viaggio, è trovarsi come Marco su di un aereo, senza nessuna delle identità che ha a terra, ma con la sola connotazione di passeggero.
I piani si mescolano e il lettore viene inevitabilmente coinvolto perché finisce col trovarsi praticamente sullo stesso piano dei personaggi…entra nel libro…ma non è neanche del tutto escluso che siano i personaggi ad uscirne, magari trasportati da uno dei palloncini di Sbatocci…



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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