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.: Truman Capote,
La forma delle cose ,
Garzanti, 2007, euro 18 :.

di Josef Koohestanian
L'editore Garzanti pubblica la raccolta completa dei racconti di Truman Capote, interferendo così con le intenzioni dichiarate di una certa critica che dall'opera dell' autore di "A sangue freddo" aveva preso congedo come si usa con un conoscente un poco imbarazzante. "La forma delle cose", che è insieme il titolo del volume ed il meglio escogitato tra i suoi racconti, è non a caso la f ormula stessa della poetica di questo tormentatissimo osservatore. Se è lo stesso Capote a ravvisare nell' opera breve "la forma più difficile e disciplinante di prosa", è la sua scrittura limpida ed ostinata a prendere accordi segreti con la dedizione alla raffigurazione del " luogo di cattura" del sentimento: ecco un' anziana signora, una pelliccia sgualcita, oppure un bicchiere colmo di cubetti di ghiaccio. Ciò che colpisce, ripercorrendo il lavoro sui racconti e la maturazione stilistica di questo ballerino mancato, è la presenza costante di una lieve ma decisiva sfumatura aldilà della varizione cromatica. Anzi, talvolta, sembra che i personaggi, i luoghi, la vicenda stessa, non siano che le solide cornici di un dramma mascherato: "come se la vita continuasse in segreto sotto un velo pallido ma impenetrabile", leggiamo nel racconto "Miriam" del 1945.
Prendiamo il racconto "Le pareti sono fredde" : Capote ha solo diciannove anni quando lo scrive. La scena è occupata da pochi personaggi. Salotto, camera da letto, salotto. La vicenda si chiude con uno slancio che più che un colpo di scena lo si potrebbe chiamare sbalzo di umore. Ma ciò che ravviva questa ordinaria depressione piccolo borghese , inattaccabile, perchè non perseguibile penalmente, è una via di scampo : questa variazione sul tema dell'inno monofonico americano è un pensiero sfuggente, un desiderio per l'appunto. La forma delle cose è così trasfigurata dinnanzi alla possibilità di un riscatto incantevole perchè estraneo, di una possibilità redentrice, per quanto misera .
Cosa colpisce tra queste pagine di ciò che dell'universo letterario di Capote si può fare esperienza? Paradossalmente di questa raccolta colpisce lo spazio vuoto tra un racconto e l'altro; quelle poche battute non scritte che suggeriscono di continuare la lettura o di attendere un diverso momento per ricominciarla. E sono queste righe non scritte che esaltano gli stessi racconti, rendendoli comunicanti non tanto rispetto alle intenzioni del narratore, quanto piuttosto in riferimento alla forma di un realismo letterario che brilla di luce propria solo quando cade fuori dallo spazio della creazione artistica, cioè quando viene lasciato solo a se stesso, irriducibile persino al linguaggio. In questo modo il grottesco tipico di una certa letteratura sudista viene a mostrarsi nel modo più radicale.
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