.: Milo De Angelis, Tema dell'addio, Mondadori, 2005, euro 9,40 :.




di Daria Balducelli

"In te si radunano tutte le morti, tutti/ i vetri spezzati, le pagine secche, gli squilibri/del pensiero, si radunano in te, colpevole/di tutte le morti, incompiuta e colpevole (...)". Questo è l'inizio di una poesia di Milo de Angelis che con la sua ultima raccolta Tema dell'addio ha rotto gli argini del dolore. Perché ogni verso, ogni singola parola, ha su di sé un carico così grande di sofferenza e di abbandono che una lettura critica di queste poesie non credo sia possibile. Almeno per me. È infatti in corso un dibattito sugli indifesi "atti di dolore" del poeta, una querelle credo iniziata da un articolo di Andrea Cortellessa uscito su Alias, continuata sul sito I Miserabili di Giuseppe Genna e per me conclusasi con l'intervento di Enzo Siciliano sulla Repubblica. Dico questo perché la grande commozione che si prova leggendo i versi di Angelis si coglie anche dall'articolo di Siciliano. Il quale supera le dispute sull'orfismo, sulle analogie e sull'"Aldilà" (temi comunque interessanti, dei quali non nego la profondità ermeneutica) affondando anch'egli nel deserto della morte evocata da De Angelis. Mi correggo, non evocata, incassata come un pugno. "Ci sentiamo confusi" dice Siciliano "con quel dolore addosso e percepiamo una possibile fonte di bellezza al fondo di esso, o la lena trasfigurante di un ardore che riesce ad illuminare gli angoli più bui dell'angoscia (…)" ed ancora da Repubblica: "Spero di aver suggerito al lettore la qualità umana di questo libro-un fatto raro nelle nostre lettere ormai. E il miracolo del dolore che qui ha avuto la meglio, proprio di quel dolore cui diciamo no di continuo sapendo che una volta o l'altra ci prenderà al laccio." Torna la parola dolore, che in Tema dell'addio non stancherà mai come di solito annoiano le ripetizioni, perché essa è pronunciata dal testimone della morte, da chi sopravvive agli altri, "Tu/ non ci sei. Resta la tua assoluta/ voce nella segreteria, questa/ morte che non ha luogo." Morte che precipita sul corpo dell'uomo con la pesantezza del piombo, con il sapore ferroso dell'asfalto, "E il respiro è d'asfalto, le labbra d'asfalto,/ il silenzio e l'andarsene/ sono d'asfalto. L'ultimatum, anche quello,/ che l'ha dato l'asfalto, l'asfalto." Quella morte che è strappo nel tessuto della quotidianità, il gesto furioso che libera l'uomo dalla "chiacchiera" heideggeriana, dal morire futile della società che rimuove il dolore e il senso dell'abbandono. Si muore da soli, e non c'è morte senza abbandono. Rimane il "salvato", colui che è suo malgrado testimone della morte, colui che è improvvisamente scaraventato nella necessità della vita e che, essendo in questo caso anche poeta, ha il compito di "tramandare" il legame con il defunto "una parola che fu intera assedia la testa,/fruga tra le macerie, fissa incredula/ quella luce sovrumana." Tuttavia…"Non ha più contorno/la ferita che abitava il seno,/preme sui vetri e sulle pentole,/esce dai semafori/della Prenestina, grida che niente/ diventerà parola, che tutto/era scritto.//". La poesia di De Angelis è attraversata da una corrente velenosa, un solco profondo che divide con taglio netto il mondo dei vivi, declinato al passato imperfetto, da quello svuotato del presente. Neppure il poeta è capace di vincere la morte, giacché è cavaliere disarmato di fronte all'assedio del dire, oppure semplicemente qualcuno che cerca di scavare dal nero il brillio della pietà. De Angelis ci riesce, superbamente. "Dall'incubo estrai una forcina, ti aggiusti/
i capelli, indossi la cuffia, chiedi soltanto/di essere risparmiata."


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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