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Don DeLillo, Running Dog, Einaudi 2005, euro 17,50
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di
Elena Sacchini
Se è vero che, come ha osservato recentemente Roberto Calasso,
l'"arte dell'editoria", la messa a punto del catalogo di una
casa editrice o di una collana editoriale dovrebbero sempre consistere
in una forma di bricolage (cioè nella capacità di
dare forma ad una pluralità di libri come se fossero i capitoli
di un unico testo), la recente ripubblicazione da parte di Einaudi di
Running Dog, romanzo di Don DeLillo dato alle stampe nel 1978 ed
uscito in Italia presso Pironti nel 1991, va in questa direzione.
Perché scegliere di riproporre - nella nuova, eccellente traduzione
di Silvia Pareschi - un DeLillo non smagliante, alle prese con un farraginoso
quanto inconsistente complotto ordito nell'America post-Vietnam? Per riunire
tutti i testi narrativi dell'autore sotto la stessa egida editoriale,
certo, ma non solo: Einaudi sembra voler qui suggerire o configurare un
percorso di lettura all'interno dell'opera dello scrittore, saldando Running
Dog all'ultimo (in ordine cronologico) dei suoi romanzi, Cosmopolis,
pubblicato nel 2003 sia in Usa che in Italia.
Già dalle prime pagine, Running Dog s'inscrive in un genere,
quello del romanzo poliziesco, che verrà nel corso della narrazione
contraddetto, dirottato, fatto implodere; il mistero si annoda intorno
al cadavere di un uomo rinvenuto, in abiti femminili, in un cantiere di
demolizione nei pressi dello Hudson, a New York: l'uomo si rivelerà
essere il proprietario dell'unica copia di un film amatoriale, forse pornografico,
che mostra gli ultimi giorni di vita di Hitler e dei suoi gerarchi nel
bunker di Berlino. La pellicola catalizza le mire della redattrice di
una rivista militante, di un bislacco mercante d'arte erotica, di un ex-agente
della Cia coinvolto in operazioni segrete, di un senatore collezionista
e del suo indecifrabile intermediario. Ma mentre sembrano venire alla
luce oscuri legami, la filigrana di un complotto, l'enigma si sfilaccia,
e il whodunit viene dilazionato e poi congedato nella mise en
abime fantastorica del finale. Più che svelare un mistero,
De Lillo intende raccontare l'America di fine anni '70: un paese già
post-industriale, in cui la diplomazia delle reti subentra alla diplomazia
della forza, lo spionaggio s'innesta sul profitto e la circolazione e
il controllo sempre più massicci dei dati informativi regolano
l'economia e la politica. 25 anni dopo, in Cosmopolis il cybercapitale
è una forza pervasiva e illeggibile, lo scenario mobile e proteiforme
in cui si snoda l'itinerario al termine del quale il protagonista troverà
una morte deliberata, più simile ad un sacrificio zen che ad un
suicidio. La stessa morte a cui andrà incontro - con il rigore
strategico dei samurai cinesi - anche uno dei protagonisti di Running
Dog.
È interessante notare la specularità delle due traiettorie
- l'autodissoluzione viene messa in pratica come un'arte marziale: quel
gesto di concentrazione estrema che tende al centro, al punto vuoto.
Ciò che sfugge al centro, che resta irriducibile al punto vuoto
sono le immagini delle due sepolture che DeLillo colloca in chiusura di
entrambi i romanzi; immagini comunicanti, che rinviano l'una all'altra:
non solo perché il loro sfondo è il deserto messicano, o
perché le cerimonie ricordano certe performances di body
art (che non a caso è il titolo un altro romanzo dell'autore)
in cui il corpo viene esposto, messo in scena e poi integrato nel paesaggio
affinché si decomponga in esso o ne diventi una componente. Queste
immagini costituiscono il punto di fuga della narrazione e rimandano ad
un "fuori" del testo proprio nella misura in cui sono e restano
immagini: il lettore attento si accorgerà che esse sono
al contempo evocate e contraddette in altri luoghi testuali che ne interdicono
l'attuazione e l'inscrizione nella logica narrativa.
La scrittura di DeLillo si gioca proprio in questa zona di transazione/transizione
tra mondo e racconto, tra visione e realtà (ammesso che ce ne sia
ancora una), tra romanzo e romanzo.
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