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.: Ariel Dorfman, Purgatorio, Einaudi 2006, euro
6,50 :.
di Valeria
De Mattei
Il bianco è il colore del Purgatorio di Ariel Dorfman.
Un Purgatorio dipinto alternativamente come la cella di un carcere o come
una sorta di ospedale psichiatrico; strutturato gerarchicamente come una
moderna società dietro la quale si intuisce un complicato meccanismo
di gestione fatto di promozioni e passaggi a livelli superiori.
La condizione è indubbiamente quella della prigionia ma è
determinante l' intento riabilitativo che ad essa si vuole attribuire.
Una riabilitazione che non è altro che un ultimo disperato tentativo
di redenzione, di raggiungere una salvezza che consiste nel poter finalmente
lasciare quel luogo.
I personaggi sono soltanto due: un uomo e una donna che si alternano in
un dialogo che non lascia spazio per nulla, neanche per l'azione. Un dialogo
che è esso stesso azione.
I loro ruoli sono mischiati e invertiti in modo tale che non si capisce
chi sia la vittima e chi il carnefice, chi sia il paziente e chi il dottore.
L'alternanza è scandita dal colore delle vesti: nero per il paziente-penitente;
un camice bianco come l'ambiente circostante per il dottore-redentore,
sotto il quale è però sempre ben visibile il nero delle
vesti, ad indicare la labilità del confine tra i due ruoli e l'arbitrarietà
della loro attribuzione.
I cambi scena sono pochissimi e non è previsto intervallo nella
rappresentazione che mira a coinvolgere lo spettatore-lettore in un'atmosfera
atemporale, sospesa.
E' la dimensione pre-esistenziale dell'inconscio e della nostra coscienza.
E' il luogo semi-onirico e a tratti allucinante del confronto con se stessi.
I due protagonisti sono connotati in modo tale che non sembrano appartenere
ad un tempo preciso.
La storia che emerge dalle loro parole ha in sé gli elementi della
tragedia classica - e più precisamente della Medea di Euripide
- ma al tempo stesso potrebbe essere ambientata in qualsiasi epoca e in
qualsiasi terra.
Ancora una volta l'autore de La morte e la fanciulla riesce magistralmente
a rappresentare, su uno scenario semplice, quasi ai limiti del beckettiano,
i più profondi e radicati tormenti che possono annidarsi nell'animo
umano: il complicato rapporto con la colpa o con la speranza di una redenzione
in cui non si riesce realmente a credere; il dubbio che, nonostante gli
sforzi, nessuna forma di comunicazione o comprensione tra esseri che dovrebbero
essere simili, sia effettivamente possibile.
Traduzione
di Alessandra Serra.
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