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Hans Magnus Enzensberger, Nel labirinto dell’intelligenza, Einaudi 2008, euro 9,00 :.




di Valeria De Mattei

L’intelligenza, questa sconosciuta.
Potrebbe essere una valida alternativa per il titolo di questo breve e curioso lavoro di Enzensberger.
Un excursus tra particolarità storiche e aneddoti, dal tono sempre ironico, attraverso quelli che sono stati i diversi tentativi di definire e misurare l’intelligenza dell’uomo. Tentativi che sono stati condotti, di volta in volta, con rigore scientifico partendo quindi implicitamente dall’assunto che l’intelligenza sia un qualcosa di concretamente quantificabile. Tentativi che dunque si basano su una sorta di tacito accordo che prevede di ignorare il paradosso che sta alla base del problema.
E cioè che nessuno sa, di fatto, che cosa sia l’intelligenza.
E questo perché non è un liquido un solido o un gas che si possa pesare o misurare con una scala graduata. Non è nemmeno energia muscolare che si possa quantificare con il sollevamento di un peso. Essa è mutevole e incerta perché mutevoli e incerti sono i parametri che fanno sì che noi riteniamo una data persona intelligente o meno. Lo stesso dicasi per la sua inscindibile “altra faccia”, vale a dire la stupidità. Ciò che riteniamo intelligente o stupido è frutto di tutta una serie di parametri socio-culturali che fanno sì che alcune azioni – e quindi le persone che le compiono – siano ritenute intelligenti e altre meno. Ma…
Il “ma” è d’obbligo.
Perché questo porta – e qui la digressione e il collegamento sono miei – ad un’identificazione insidiosa. Un’azione intelligente è un’azione vantaggiosa o utile? Per cui l’intelligenza verrebbe ridotta alla mera capacità di fare ciò che è meglio (=più utile, più vantaggioso) per sé… O magari anche per chi ci sta intorno? Per il singolo o per la comunità? Un genere di quesito, questo del vantaggio, che ci rimanda alle tormentate, dostevskijane Memorie dal sottosuolo.
I bivi si moltiplicano a dismisura e le contraddizioni aumentano in modo esponenziale. Allo stesso modo i paradossi dei quali non si può venire a capo.
L’unica cosa che si può fare è tracciare dei confini. Costruire delle scatole, arginare dei campi finiti e stabilire cosa sia intelligente o meno nell’ambito di tali aree finite.
Si possono avere, dunque, solo definizioni parziali, intuizioni incomplete, di quello che rimarrà forse il più grande mistero irrisolto dell’umanità.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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