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Aurélie Filippetti, Gli ultimi giorni della classe operaia,
Marco Tropea Editore, 2004, euro 12 :.

di
Mario Bonaldi
"Ciò che i loro occhi hanno visto, ognuno lo porta sempre
con sé, scritto nell'anima come su un cencio fragile. I loro discendenti
sono schiacciati dal peso di quella dignità".
Nella Lorena francese, vicino al confine con il Lussemburgo, per tutto
il secolo scorso degli uomini si sono guadagnati da vivere scendendo ogni
mattina nel ventre della terra, a ottocento metri di profondità.
Erano perlopiù italiani e polacchi: minatori, comunisti, gente
resa forte dalla vita nei campi, in patria, e da quella in galleria dopo.
Facevano un lavoro durissimo, pericoloso, ma possedevano una loro particolare
fierezza, consapevoli che il loro non era un mestiere che tutti erano
in grado di fare. Alcuni di loro non erano mai stati a Parigi, eppure
l'idea che il ferro della Tour Eiffel provenisse da quella terra dentro
cui faticavano li riempiva di orgoglio.
Gli ultimi
giorni della classe operaia racconta di questi uomini e delle loro famiglie,
in un arco di tempo che va dagli anni tra le due Guerre alla fine del
Novecento. Aurélie Filippetti, autrice di questo romanzo, è
figlia di uno di quei minatori, Angelo Filippetti, poi sindaco comunista
di Audun-le-Tiche, vittima di un cancro ai polmoni causato dalla polvere
di ferro. Il padre di Angelo, Tommaso, anch'egli minatore, era morto nel
campo di concentramento di Bergen Belsen per avere fatto parte di una
cellula della Resistenza. I De Wendel, padroni della miniera, permisero
alla Gestapo di scendere ad arrestarlo direttamente nelle gallerie.
Attraverso
brevi capitoli, disposti secondo una sequenza solo vagamente cronologica,
il romanzo intona una partitura corale in cui le voci e i ricordi di questa
popolazione scomparsa rievocano un intero mondo di affetti, sofferenze,
speranze, tragedie.
Veniamo così a conoscere, quasi di sfuggita, la vicenda di quell'operaio
siderurgico, scivolato da una passerella dentro un altoforno acceso, di
cui non si trovò più niente: i suoi compagni allora diedero
alla moglie un profilato fatto con quell'acciaio, e lei lo mise dentro
la bara, piuttosto che piangerla vuota. E innumerevoli sono gli episodi
che si potrebbero elencare, a testimonianza di una condizione, quella
dei minatori italiani in Lorena, che seppure non abbia conosciuto grandi
catastrofi come quella tristemente nota di Marcinelle in Belgio, ha vissuto
una strage al rallentatore, quotidiana ma inesorabile.
La lingua della Filippetti restituisce puntualmente tali esistenze, attraverso
una prosa limpida, analitica e partecipe a un tempo, che tuttavia non
disdegna di mettersi in gioco grazie ad alcune infrazioni retoriche, forse
ingenue, ma che appaiono giustificate e apprezzabili in un'esordiente.
Il tono della
narrazione, a tratti, assume tinte epiche, ma è un'epica sommessa,
civile, quella che ispira certe sentenze: "Esuli da una patria assente,
non potevano abbandonare quella terra senza bandiera e senza lingua per
averne cambiate troppe, [...] per la quale ci si batteva come per un amore
disonorato. Restarono in Lorena e morirono."
I minatori
della Lorena sono scomparsi, ma la classe operaia esiste ancora, è
solo dimenticata, ignorata, così come dimenticate sono le lotte
e le conquiste per cui essa ha sofferto.
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