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.: Milan Kundera, Il sipario, Adelphi
2005, euro 15 :.
di Elena
Sacchini
Pubblicato
contemporaneamente in Italia (da Adelphi) e in Francia (da Gallimard),
e accolto in modo entusiastico dalla critica d'Oltralpe che, paradossalmente,
sembra ostinarsi a preferire che Kundera, anziché scrivere romanzi,
ne parli, Il sipario potrebbe affiancarsi idealmente a I testamenti
traditi e a L'arte del romanzo per completare il trittico della
riflessione saggistica sulla forma romanzesca.
Kundera infatti, già da tempo, riflette sul romanzo: lo fa non
da teorico ma da lettore che si rapporta ad un oggetto amato e a rischio
di estinzione, da artigiano che s'interroga intorno ad una forma artistica
di cui rivendica con forza l'autonomia, la specificità irriducibile,
la necessità. La necessità attuale del romanzo è
prima di tutto, bahtinianamente, una necessità di ordine etico-conoscitivo:
nello scenario di cortocircuito e reversibilità del senso imposti
dallo spettacolo, dal Kitsch, dal conformismo e dalla banalità
montanti, il romanzo si qualifica come l'unico strumento in grado di strappare
il "sipario della preinterpretazione" per rivelare porzioni
sconosciute di esistenza umana, esplorarne il campo di possibilità.
Muovendo dalla "messa in situazione" di "ego sperimentali"
che altro non sono che i personaggi, la parola romanzesca si fa dispositivo
che attraverso la tentazione del gioco, l'esercizio del dubbio, la registrazione
della densità del presente resuscita e illumina la complessità
del reale, dando vita a quell'"ermeneutica a soluzioni multiple"
che Calvino indicava come il principale compito epistemologico del romanzo
novecentesco.
Qualche anno fa, in una delle rare interviste concesse alla stampa italiana,
Kundera dichiarava che ogni romanziere, quando scrive, lo fa entro un
diametro di temi, figure, motivi, tic verbali ed immagini ricorrenti;
ogni romanzo che crea non può che inscriversi all'interno di questo
"cerchio magico", di questo spazio di dialogicità e "perfusione
transtestuale" che l'autore utilizza ora come variabile esplicativa
non solo della storia di un romanzo ma dell'intera storia del
romanzo: " che resterebbe di François Rabelais se Sterne,
Diderot, Grass, Gombrowicz, Van?ura, Gadda, Fuentes, García Márquez,
Ki?, Gotysolo, Chamoiseau, Rushdie non avessero fatto risuonare nei loro
romanzi l'eco delle sue follie?".
Il movimento amoroso tramite cui Kundera ritorna sui propri autori delinea
una cartografia diacronica dell'arte del romanzo, ed invita ad accostarsi
a questa forma in una prospettiva comparata in cui la storia del
romanzo è costellazione di assorbimenti e trasformazioni, eredità
raccolte e sviluppi possibili. È proprio nella misura in cui il
romanzo spalanca scorci di possibile che il suo ruolo è anche quello
d'incorporare la "memoria esistenziale" alla costituzione dell'identità
di un individuo o di un popolo - al di là delle insufficienze della
memoria fattuale e del vuoto di tracce, del sommerso della memoria storica.
Se la letteratura si fa poietica e ricerca - sembra suggerire Kundera
- alla critica letteraria spetta il compito di gettare alle ortiche provincialismi
e tabelle per diventare, enfin, ermeneutica della cultura.
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