.: Nick Mamatas , Come mio padre ha dichiarato guerra all'America, Ancora del Mediterraneo,13,50 :.




di Enrico Dalai

La politica estera degli Stati Uniti rende più o meno sicuri i suoi cittadini?
Intorno a questo interrogativo, piuttosto retorico, Mamatas ha costruito la trama del suo terzo romanzo, Come mio padre ha dichiarato guerra all’America. Dietro di sé lo scrittore ha una lunga carriera di polemista e guru della controinformazione: vedere il sito disinformation.com, il suo sito personale (nick-mamatas.com) e i due volumi pubblicati in Italia con il titolo Tutto quello che sai è falso.
L’idea è semplice e intrigante: un capofamiglia della sonnacchiosa provincia si costruisce un ordigno atomico e lo piazza all’interno di un nano da giardino. Dopodiché proclama l’indipendenza di casa sua dagli Stati Uniti e invia messaggi alle nazioni del mondo, auspicando la pace ma promettendo di rispondere alle aggressioni. Da questo inizio derivano conseguenze comiche e surreali, ma stranamente tutte molto credibili. Il primo punto di forza del libro è ipotizzare uno scenario quasi antiutopico che come nella fantascienza migliore sembra parlare al presente.
Il secondo è nella scelta del punto di vista. Facendo raccontare la storia da Herbert Weinberg, figlio dodicenne e principe ereditario dell’assurdo regno monofamiliare, Mamatas realizza un equilibrio difficile tra due esigenze: mantenere uno sguardo politicamente ingenuo e umanamente maturo sul senso degli eventi. Fuor che il padre, ciascun personaggio reagisce in base a nozioni e a ideali conclamati o dormienti, comunque ben radicati: patriottismo, lealtà, liberismo. Ma il ragazzo ha anche un potere medianico e telepatico che gli svela i segreti sugli uomini e ne fa una specie di giovane vecchio saggio.
Sia il messaggio del libro che il suo stile liberamente farsesco, e però serissimo, ricordano un maestro della satira americana come Kurt Vonnegut. Mamatas ne condivide il lucido e disincantato umanismo, e l’idea che dalle strutture sociali ci si liberi con una assunzione di responsabilità personale, base per ripensare i legami secondo i reali bisogni dell’individuo. Tra queste strutture l’autore pone quel particolare tessuto sociale che è creato dai media e dalla loro istruzione, forse l’unica vera forma di trans-cittadinanza che, se permette di comunicare più facilmente, crea però una sbiadita replica della vita e delle emozioni. Del resto anche le ipotesi societarie più “naturali”, come quella predicata dagli hippy –dice Mamatas- sono guastate dalla pigrizia mentale di chi le predica. E questa non è che una delle “qualità americane” cui l’autore destina la sua critica, le altre essendo lo spreco, la bulimia consumistica e la strumentalizzazione del proprio ruolo sociale.
Il terzo pregio del libro sta nel ritmo che lega spunti e bozze satiriche, più attento al piacere della lettura che non alla sistematicità del suo materiale. Come mio padre ha dichiarato guerra all’America potrebbe finire diversamente, sviluppare di più certe parti e ometterne altre, ma quel che c’è offre innumerevoli spunti di riflessione e ipotesi narrative.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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