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.: Lucia Manghi, Piuma di piombo - il teatro di Danio
Manfredini, Il Principe Costante Edizioni, Udine 2003, euro 12,50
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di Azzurra D'Agostino
Il Principe
Costante è un'opera di Calderon; la costanza a cui allude il
titolo è quella inerente all'eroismo del protagonista, che anche
a costo della vita rimane saldo nel portare avanti ciò in cui crede,
per il bene delle sue genti. Mi sembra dunque azzeccata la scelta di questa
piccola casa editrice nel rifarsi a tale personaggio, dandosi un nome
che più che un sigillo sembra un augurio: sfogliando il catalogo
proposto, scopro infatti una serie di libri sul teatro e sul cinema, dai
temi e dagli autori di qualità, che si interrogano ed esprimono
su questioni volte a dare ulteriore pulsione alla comprensione di queste
due arti, stimolando la riflessione critica e le spinte di innovazione.
Una scelta che ha il sapore di militanza, cosa di cui chi scrive ritiene
vi sia un gran bisogno.
Tra questi volumi ho avuto il piacere di trovare appunto Piuma di piombo,
testo che indaga ed espone parte del lavoro di ricerca di uno dei più
significativi attori teatrali della nostra scena: Danio Manfredini. Il
testo risulta interessante non solo per essere testimonianza rara, ma
anche per il fatto di essere stato scritto da Lucia Manghi, collaboratrice
di Manfredini e sicuramente in sintonia con il suo lavoro e la sua poetica.
Poetica che non può essere sicuramente esposta in questo breve
spazio, ma che credo davvero meriti di essere conosciuta, e non solo dagli
attori o dagli amanti del teatro. Una poetica e uno stile di lavoro sono
visioni del mondo, sono tentativi di agire il mondo, di non esserne sopraffatti,
di porgere un'alternativa
e il grado di consapevolezza che Manfredini
offre, il rispetto del lavoro, il modo di prendere sul serio la necessità
di studio, di concentrazione, di rispetto dello spazio da dedicare all'arte
(visione simile a quella proposta da Grotowski con la proposizione della
necessità di un lavoro dell'attore quasi "ascetico"),
sono sicuramente elementi basilari per una crescita e una comprensione
che vanno al di là del tipo di arte, e si assestano sul piano dell'umano
in senso ampio. Il mettersi a nudo, l'offrirsi, lo scoprire delle verità,
il compatire, l'andare verso gli elementi di "disturbo" a tutto
ciò che dà una parvenza di equilibrio alla società,
comprendere la distanza e la differenza senza soffocarle né cambiarle,
smascherare, velare e disvelare
tutto ciò, sppure avviene
sottoforma di teatro, non è solamente teatro, e merita di essere
scoperto. "Si tratta di misurarsi con qualcosa che è al di
là del teatro, perché alla fin fine il teatro non conta
se non nella misura in cui si rende portavoce di questo mistero. Che
cosa sono in fondo i pochi anni della nostra vita? Sono un soffio e siamo
qua per fare teatro?" (Ivi, p.124). Un buon libro, ben scritto,
su un bravo artista. Tre caratteristiche non così ovvie, da trovarsi
in un unico volume.
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