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.: R.Mirone, La memoria dei vivi ,
Einaudi 2008, euro 12 :.

di Valeria De Mattei
Tre
racconti.
Tre donne. Seguendo la via che già indicò Robert Musil
a suo tempo.
Tre vicende realizzate non tanto nello svolgersi degli eventi quanto
piuttosto in tre singoli e precisi momenti di presa di coscienza.
Leucosia. Le gioie dei morti. Il centro di niente.
Eppure c’è come qualcosa che rimane in sospeso, che non
torna del tutto. Qualcosa che lascia un retrogusto amaro d’incompiuto
e di inutilità.
Qualcosa che è strettamente connesso con il fatto che prendere
coscienza di qualcosa non significa necessariamente riuscire a cambiarlo.
Anzi. Non significa mai riuscire a cambiarlo. Significa solo avere più mezzi
e più lucidità per rapportarsi con le proprie sofferenze.
Il che non è poi così scontato che sia un bene.
Non lo so. Ho provato e provo sentimenti contrastanti nei confronti di
questo libro e delle sue tre protagoniste. Simpatia, partecipazione.
Ma anche rabbia. Nei loro confronti e nei confronti di una vita che,
in qualche modo, le ha incastrate.
Alla fine anche loro non fanno altro che il loro meglio per non venire
sopraffate dagli eventi e da questa improvvisa consapevolezza che si
insinua in loro e gradualmente si fa strada in quella che prima era solo
abitudine.
I personaggi sono tratteggiati con cura e delicatezza in tutti e tre
i racconti, pur senza che il tono diventi mai indulgente; ma il personaggio
che, secondo me, merita un’attenzione particolare non è un
personaggio principale. Si tratta di Teresa, la donna che, ne Il centro
di niente, il padre di Nice decide di sposare, seppur entrambi siano
già in età avanzata. Questa donna, dalla vita apparentemente
ricca ed emancipata risulta in realtà essere un distillato di
quelle stesse insoddisfazioni, di quegli stessi fallimenti, di quelle
stesse sofferenze che accomunano Lena, Silvana e Nice.
E’ una sorta di figura quintessenziale che si staglia come un monito,
come un qualcosa posto lì a ricordarci che non c’è mai
una via d’uscita definitiva, ci sono solo compromessi.
Eppure La memoria dei vivi – e questa è una particolarità che
denota la bravura di questa giovane autrice napoletana – non lascia
l’idea di un romanzo pessimista.
E’ complesso. E’ ricco. Ed è realistico fino alla
crudeltà. Ma non è pessimista. Non vi è vera e propria
speranza ma neanche disperazione. Vi è una sorta dolcezza, di
languore consolatorio dato dalle certezze che connotano l’esistenza.
Non necessariamente positive, ma comunque certezze. E non si può dire
che sia poco
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