.: Valentin Y. Mudimbe, L’invenzione dell’Africa, Meltemi, 2007, € 24 :.


di A. Cellotto

Africa. Negli ultimi secoli è stato un continente di conquista (economica, politica, religiosa), di decolonizzazione, di studio (archeologi, antropologi, etnologi, sociologi ecc.), ma anche conosciuto e studiato scientificamente come culla e origine della storia dell’uomo, nuova frontiera di sviluppo e, forse, di nuova colonizzazione (c’è qualcuno che parla dell’avanzata cinese in Africa oggi?). Ma questo continente è mai stato qualcosa di diverso da quello che la “vulgata”, di provenienza politica o accademica, ha fatto passare? Cosa significa essere africani? Ed essere filosofi africani?
Valentin Y. Mudimbe, congolese, è uno scrittore eclettico, coraggioso, pronto a provare a mettere ordine in quel grande mare degli studi sull’Africa che, semplificando, chiamiamo africanismo, forse in parallelo ha quanto ha fatto E.W. Said con il suo Orientalismo. L’autore di questo saggio insegna Lingue Romanze e Letterature Comparate presso la Duke University, ma è anche poeta, linguista e filosofo. Con questo studio molto ricco (anche nella interessantissima bibliografia), l’autore – sono le parole della curatrice Giusy Muzzopappa – compie un percorso che è allo stesso tempo biografico e accademico, prestando particolare attenzione a fare della propria antropologia storica, calata in un orizzonte temporale definito, la chiave per una “decolonizzazione del sapere accademico sull’Africa” (Bogumil Jewsiewicki).
L’interesse per questo testo, come per altre opere di Mudimbe, nasce dalla capacità dell’autore di rivelare la “violenza epistemologica” (Muzzopappa) compiuta dall’orizzonte del pensiero europeo sull’orizzonte di senso dell’essere africano. L’autore compie una foucaultiana archeologia del sapere africano ponendo subito un’importante distinzione tra “filosofia” e “gnosi”. Se la prima è segnatamente di origine occidentale, la seconda chiama a raccolta l’insieme dei sistemi di pensiero africani che, forzatamente, sono stati fatti rientrare nel raggio d’azione di una filosofia universale, quel corpus di conoscenze storiche, sociologiche, antropologiche, teologiche attraverso il quale l’Europa ha provato a definire l’Africa, un altro da sé vissuto all’insegna di un’alterità piena e radicale. Un’alterità che – si presti attenzione – non è affatto nata e cresciuta negli anni del colonialismo, ma che stava già inscritta nelle logiche narrative che hanno portato dalla filosofia greca alla Storia di Hegel, dove l’Europa – sono cose note – svolge il ruolo teorico principale, per non dire unico e dominante. Insomma, nelle logiche discorsive occidentali è sempre stato presente un meccanismo che ha portato a costruire l’identità per mezzo dell’individuazione di alterità assolute.
Ma cos’è l’Africa quindi? E che vuol dire essere filosofi africani? Mudimbe non si preoccupa di uscire da questo legame forte, definitorio, con l’Occidente o di affrancare e promuovere allo stato di indipendenza una poco probabile e genuina filosofia africana. Il suo libro è un importante passo per restituire pulizia, ordine alla riflessione su questi interrogativi dopo l’azione, per molti versi violenta e aberrante, di missionari e antropologi dell’Occidente la quale, è uno degli altri aspetti interessantissimi del libro, ha avuto un potere distorcente anche nei processi di autopercezione delle stesse popolazioni africane. Mostrando come diventi difficile parlare e definirsi per mezzo di un’alterità che possa dirsi stabile, Mudimbe ci mostra chiaramente come oggi il discorso sull’uomo, l’antropologia, debba porsi in un’ottica in progress, dinamica. Verrebbe da dire eraclitea se non fosse che dopo tutti questi discorsi il chiamare in causa un filosofo della nostra tradizione potrebbe sembrare poco opportuno. Ma probabilmente questo libro è un modo tra gli altri per dirci che l’uomo e i suoi strumenti per conoscere il mondo sono antiquati. Lo diceva, sotto altri aspetti, anche Gunther Anders…


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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