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David Foster Wallace, Oblio, Einaudi 2004, euro 15.
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di
Franco Baldasso
Un'America
opaca allo specchio. Il libro più chiacchierato del momento. A
due mesi dall'uscita scrittori, critici e lettori non si sono ancora risolti
se considerare questa raccolta di otto "romanzi brevi" dell'acclamatissimo
scrittore americano autore già di diversi volumi tutti tradotti
in Italia (tra cui segnaliamo Infinite jest, Fandango Edizioni
e Brevi interviste con uomini schifosi, Einaudi) un capolavoro
o guardare la sua versatilissima scrittura con sospetto.
Wallace fa dell'invenzione continua e della divagazione nei più
molteplici campi del sapere la forza della sua scrittura con una capacità
mimetica straordinaria. Partendo da situazioni stereotipe della più
trita cultura e vita americana dilata i particolari in ogni direzione.
Espandendo la propria narrazione verso il saggio e verso una continua
ironia che sbeffeggia la superficie della cultura stelleestrisce nelle
pieghe delle sue irrisolte contraddizioni. Descrivendo riunioni in ufficio
marketing di un'azienda qualsiasi o incidenti domestici della famiglia
media americana o lunghi monologhi interiori dallo psicanalista dello
yuppie di successo con la più tipica carenza affettiva, rimanda
sempre lo scioglimento della vicenda con effetti di suspence sorprendenti
e talvolta alienanti. Perfettamente conscio dei suoi mezzi espressivi
e talvolta compiaciuto, analizza il vuoto di base di un paese che non
si capacita delle proprie scelte (non solo politiche), compresso in una
macchina che rende opache le ragioni ultime della propria autoreferenzialità.
L'America nella scrittura di Wallace si guarda continuamente allo specchio
ma non si ritrova, si perde nelle sue sterminate differenze e in una miriade
di particolari inutili. Ha bisogno di parlare e continuare a descriversi,
logorroica, forse più per convincersi che per convincere.
Luogo ormai comune della critica è il "talento" dello
scrittore. Dalla quarta di copertina alle innumerevoli recensioni su quotidiani,
siti web, settimanali questo tasto non manca mai. Dopo averlo seguito
in tutte le scorribande creative della sua prosa rimane però un
sospetto: questa straordinaria capacità mimetica, impensabile nella
narrativa italiana, nasconde solo il vuoto sociale o di idee di un'intera
nazione o anche la fondamentale incapacità di non saper fare altro
che guardarsi allo specchio?
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