.: Antonio Pascale, Passa la bellezza, Einaudi, 2005, euro 13,80
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di Mario Bonaldi

"Dopo qualche metro stavamo di fronte a Peppe 'u bulldog, buonanima (lo scasso era chiuso). Mio padre prese un'altra stradina e tempo cinque minuti (tra i rovi) ci trovammo in un posto pieno di baracche. Abbandonate. Un campo di zingari, appunto. […] Baracche di eternit numerate, in fondo, sulla destra, tre bagni chimici, mezzi sfondati."
Questo passaggio potrebbe rappresentare bene almeno un aspetto essenziale del primo romanzo di Pascale, Passa la bellezza, così intessuto di richiami alle sue opere precedenti, il reportage (narrativo) La città distratta, e la raccolta di racconti La manutenzione degli affetti (entrambi editi da Einaudi); l'elemento che immediatamente salta agli occhi è l'aderenza della scrittura al territorio, eseguita da Pascale in prospettiva di un'empirica indagine antropologica volta a sondare lo stato di salute della cosiddetta "classe media", quella di provincia soprattutto. Provincia di edilizia disordinata, abusivismo, degrado, mal indirizzato benessere economico.

Il protagonista (e narratore) di Passa la bellezza, Vincenzo Postiglione, trentottenne, agronomo, nonché scrittore (quasi un alter ego dell'autore), esplora la provincia centromeridionale per lavoro: ha così modo di entrare in contatto con un'umanità varia e insospettata, composta da lavoratori stranieri sottopagati e sfruttati, piccoli malavitosi, contadini esperti di edilizia abusiva (e l'elenco potrebbe continuare). Vincenzo deve scrivere un libro, vuole raccontare come l'Italia stia cambiando. E' un processo rapido, disordinato; e però, stranamente, i cittadini non sembrano essere troppo al corrente di questo cambiamento.
Nel frattempo, Vincenzo deve risolvere un problema di salute: una brutta dermatite, causata dallo stress, anche se la diagnosi preferita dai medici risulta essere "siamo nel mare magnum delle possibilità".

Quello che in apparenza potrebbe apparire come l'ennesimo romanzo di (de)formazione di un "eroe" confuso e contraddittorio, alle prese con il proprio malessere e le proprie paturnie (e oggi, in Italia, un autore al suo primo romanzo difficilmente scappa da questo modello, e a volte non ci riesce nemmeno in seguito), si rivela in realtà, pagina dopo pagina, come una profonda e lucida analisi dell'esistenza quotidiana. Il paradosso, tuttavia, è che questa indagine non è né esplicitamente dichiarata né apparentemente ricercata: l'atteggiamento del narratore sembra essere il medesimo con cui, in uno dei passaggi più belli del romanzo, egli descrive a sua volta il figlio Alfredo, "preciso e svagato nello stesso tempo. Quand'era più da piccolo guardava il granello di polvere sotto i suoi piedi e subito dopo il cielo." (Si notino, nei brani di testo riportati, i frequenti innesti linguistici di matrice campana, a livello sia lessicale che sintattico, che assicurano alla narrazione grande vivacità e ricchezza di sfumature).
Così, all'attenzione del protagonista per l'estendersi della propria malattia, prende gradualmente piede una visione di respiro più ampio, che va a includere diversi ambiti, tra cui quello sociologico, il paesaggistico, l'affettivo. L'ausculto interiore non è solo pretesto, ma è punto di partenza per prendere il polso a una società distratta da se stessa, lanciata in un'orbita stravagante, o meglio, immobile a causa di un'abbacinante bonaccia, che nella disperata attesa di un alito di vento fa, o cerca di fare, quel poco che può.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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