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.: Laura
Piovesan, La città immaginata, Lietocolle, 2006, 10 €
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di
Azzurra D'Agostino
Verso i libri d'esordio ho una sorta di timore reverenziale, che mi fa ponderare
le parole forse con maggiore cautela che con altri testi. Ma sono sempre felice
quando mi capita tra le mani qualcosa che, pur con le sue imperfezioni e acerbe
asperità, ha il gusto dell'ouverture, del preludio a un lavoro che va continuato,
che ha in sé il senso di un proseguio. E sono contenta di poter recensire
libri di persone giovani che, forse per una naturale predisposizione che trovo
congeniale, se ne stanno ai lati e silenziosamente lavorano. E sono ancora più
sinceramente contenta quando mi pare di sentire che in questo lavoro c'è
una luce di fondo interessante, un qualcosa di vivo, non solamente di spontaneo,
bensì di meditato, vissuto. Questo di Laura Piovesan penso sia un esempio
possibile di quello che intendo: una plaquette nata in Lietocolle grazie alla
collana Opera Prima che seleziona lavori inediti e da cui sono usciti autori
interessanti (come Alberghetti, ad esempio, o Zattoni). La città immaginata
ha punti di estrema lucidità, espressi in una maniera diretta e consapevole,
senza facili retoriche, che valgono per l'intera raccolta: "La paura infondo,
è degli attimi/ che precedono l'evento/ non nella battaglia, o prima/ nella
fantasia" (pag.33). C'è come una tensione fra il qui e l'oltre, costante,
c'è come la sensazione di essere un passante, leggendo; e questo risulta
stranamente piacevole, come se nell'essere tutti passanti, sconosciuti
seduti ai tavolini o facce sull'autobus veloce, si riuscisse a creare una comunità
sottesa, non dichiarata, come se le metropoli fossero solo un modo di vivere delle
cose private, intime e personali, collegate in un qualche modo all'altrove - "Mi
prendi sempre in giro tu, / per come parlo, / del fatto che prego./ Credi sia
facile/ abituarsi all'ignoto. (
)". Questa capacità di creare
un'atmosfera e renderla comune è talvolta oscurata da punti in cui la lingua
necessita ancora di essere modellata, in cui andare a fondo in questa direzione
orizzontale che diviene verticale in modo improvviso. Tratti a volte acerbi si
mostrano in alcuni versi forse ingenui, che indeboliscono questo effetto architettonico;
vero è che il complesso della plaquette è piacevolmente dissonante
e lascia intravedere un inizio di percorso potenzialmente ricco e interessante,
soprattutto nelle sue parti più vicine alla vita quotidiana:"A fine
giornata/ scendevano le scale in branco. / "Siamo cigolanti come treni vecchi"/
diceva la cameriera/ toccandosi il ginocchio/ dopo una mattina carponi/ a strofinare
lo straccio./ "Ma non sono brutta/ e neppure stupida, / infondo ci ho un
po' di tutto/ e sto bene". "
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