.: A. Biancofiore, A. Federici, I. Possamai, Corpi radianti, Eidos, 2007 :.




di Maurizio Casagrande

Corpi radianti è il titolo di un lavoro a più mani che investe, contemporaneamente, i piani della scrittura in versi, della pittura e della musica, in un intreccio tra le arti che, se da un lato era già stato teorizzato e sperimentato dalle avanguardie del primo Novecento, dall’altro deve la propria genesi alla destinazione ultima dell’opera, la rappresentazione scenica. L’impressione è quella di una polifonia nella quale le singole voci sostengono le altre in un gioco caleidoscopico che deve qualcosa, forse, alla poetica del Palazzeschi incendiario, del quale peraltro è riconoscibile qualche traccia nei testi. La chiave di lettura ludica, tuttavia, non è l’unica e nemmeno la principale, ove si consideri il forte accento carnale e sensuale che viene impresso nella materia artistica sin dal titolo: “corpi”, appunto, e che irradiano per giunta un’energia (quella dell’eros, della bellezza, e di una grazia tutta al femminile) tutt’intorno. Tale connotazione, in particolare, consente di inscrivere i testi, opera di Irina Possamai, all’interno di un contesto più ampio, quello della poesia femminile del 900 che ha sempre evidenziato un approccio particolare alla poesia, quasi sempre nel segno della fisicità e della corporeità: basterebbe pensare soltanto alla produzione di Silvia Plath e, in Italia, di Amelia Rosselli o, in anni più recenti, si potrebbero fare i nomi della Gualtieri, della Merini, della Farabbi, tutte poetesse nelle quali, fatte salve le indubbie differenze, la centralità del corpo è indiscussa. Ma non si tratta soltanto di questo, per la ragione che un altro maestro cui la Possamai sembra prestare attenzione nel creare una rete di sensuali sospensioni affidate alla trama melodica in senso lato, piuttosto che a quella metrica, sembra senz’altro riconoscibile nel D’Annunzio alcyonio: al tema mitico del viaggio in un’Ellade favolosa, qui si viene però a sostituire un movimento ininterrotto – ma non meno suggestivo – tra i diversi piani artistici che concorrono alla tessitura della trama, mentre rimane esplicita la tensione dionisiaca, anche nello sforzo di riattingere la dimensione di valore del mito, letto al femminile, s’intende, per cui alla figura di Ulisse, tanto cara a D’Annunzio, vengono preferite quella della Menade o della Furia.
A questo bisogna aggiungere come l’intreccio tra le armonie dell’impianto melodico-pittorico si incroci, a livello tematico e figurale, con disarmonie che vogliono restituirci il corrispettivo della negatività: così sul piano dei testi, se Dioniso può sciogliere il proprio inno a un corpo liberato (Dioniso), dall’altro viene messa in scena una danza macabra (Ballata della vita e della morte), nel mentre si celebra un rito funebre che sembra riguardare l’intera umanità (Riti funebri) e ha luogo, al tempo stesso, il sacrificio di una fata/Menade che fa strazio di sé, come del linguaggio, fino alla riduzione della parola all’insensatezza del puro suono o alla formula d’esorcismo di derivazione dantesca ed artaudiana: «Papé satan, papé satanaleppe» (Eumenide); parallelamente, sul piano figurale, le vivacissime scelte cromatiche nei soggetti di Angela Biancofiore, probabili elaborazioni di antichi grafi incisi sulla pietra, ribadiscono da un lato – quello solare e sgargiante dei colori primari: il blu, il rosso e il giallo – la valenza ludica e gioiosa della libera espressione dei corpi, mentre dall’altro aprono ad una dimensione ctonia e funebre nella severità e nel monocromatismo (nero su campo bianco) di lettere arcaiche che rimangono indecifrabili nella loro categoricità, con qualcosa – forse – dei sorts di Artaud.
Ad enfatizzare tale dialettica tra positivo e negativo, solarità e ombra, vita e morte, concorrono le scelte linguistiche, e in maniera particolare quella di affiancare all’originale in italiano una fedele versione in francese, con il risultato che è quest’ultimo codice semantico ad attribuire luce e colore alla trama dei testi, come si ricava empiricamente dall’ascolto del CD (allegato al volumetto) dove i due registri linguistici s’intrecciano a vicenda valorizzati dalle dissonanze musicali di Annamaria Federici.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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