.: Francesco Scaramozzino, Voci da Lilliput, Faenza, Mobydick 2005, euro 11,00 :.


di Monica Pavani

Il raglio del contrario

Di fronte alla vastità del mondo, Francesco Scaramozzino difende il dettaglio, l'infinitesimale circoscritto. L'umano è lì, nella misura del piccolo, nella frammentazione del grande. E, pure, neanche così l'equilibrio è raggiunto fino alla pace. Perché appena le parole tracciano il giusto contorno, ecco che al preciso manca l'infinito che viene a scardinarlo:

Così ancora ti interroghi,
e ora pare cedere
ovunque la parola nel punto
in cui più riposta è la quiete, e profonda
la superficie che ancora non sa emergere,
la tua risposta che chiede…

In altri termini, Lilliput e i suoi abitanti svelano la loro multiforme vita solo se scrutati dagli occhi deliranti ma pacifici di Gulliver, che ha fatto proprio "l'informe crescere da dentro". L'andirivieni fra ricerca del minuscolo e perdita di confini scandisce il ritmo di questo bel libro cantabile di Scaramozzino, autore che ha trovato la propria musica raccolta ma nitida, svettante fra i tanti rumori, clacson e lamenti del mondo.
C'è un'entità dietro questo libro, cui l'autore pare rivolgere una laicissima preghiera. Come se da qualche parte esistesse un dio non onnipotente ed eterno ma fragile e immanente, cui si chiede di trascrivere un inventario accurato del mondo, diviso in tutte le sue colonne di voci distinte una per una. È questa divinità invisibile, attesa o inventata dalle parole, cui si intona supplica di salvare vita per vita dalla nebbia dell'indistinto, dall'illusione che esistere sia scorrere su uno schermo.
È un dire salvifico, quello di Scaramozzino, proprio perché accarezza l'orlo estremo delle parole, dove chi scrive non crede più a se stesso ma ascolta un altro, che spesso e volentieri contraddice il nero e apre un'altra strada senza spiegarla, indicandola con il gesto luminoso di "una mano che ripara / l'immagine dal buio". Eppure è proprio questa poesia costruita sul dubbio a farsi rabdomantica in due direzioni: la bacchetta levata verso il cielo serve a "rendere il senso /di una luce che trattiene / e sospende", mentre quella conficcata nella terra scava la "dolorosa indagine / che ci sostiene".
Chi scrive insomma, è uno che titubante cammina poco distante dall'asino che è la sua ombra: animale cocciuto che raglia rifiutandosi di procedere dritto, nella splendida sezione dal titolo "Metropoli" (quasi una raccolta in se stessa, dove il verso coincide con la misura del pensiero, o il pensiero si chiude a cerchio nella ritmica essenziale da cui sgorga). Dallo scontro incorporeo fra uomo e asino, che si dibattono inutilmente, confondendosi sui muri e lungo il marciapiede, scaturisce una strana bellezza. Più che scagliati uno contro l'altro, mimano un'impossibile lotta che diventa manifesta espressione dell'"arte del contrario".
È come il pensare che smette, esausto e comunque incapace di registrare i moti del mondo, e si rivolta come un guanto per esporre la propria pallida pelle che assorbe da fuori, accoglie da fuori. La poesia si dà da questi pori aperti, ed entra nelle stanze piene di attenzione disposte ad ospitarla. Le illuminazioni che vi trapelano sono due: "dono" e "cura". Il primo è, di nuovo, impercettibile gesto della mano che custodisce nel cavo del palmo piccole uova di oggetti inestimabili. E la cura è lo sguardo fattosi amorevole, che, nel tentativo di conservare ciò che si perde, diventa sempre più ampio… sensibilissimo alla necessità di portare al sicuro (nel linguaggio, nel dire) tutto ciò che è minacciato:

Così ancora si rassicurano
le ombre,
la vastità dei vicoli, le voci
che vivono insieme, adunandosi.
Così, la parola si compie
nel cerchio basso,
il racconto sottovoce
fra trame abnormi,
le radici del tempo
che percorrono l'uomo,
i suoi piccoli accordi.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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