.: GianMario Villalta, Vedere al buio , Luca Sossella Editore , 2007, euro 12 :.




di Alberto Cellotto

«Sono venuto qui a guardare gli alberi / anche se è buio. Vedo come si incurva / la terra e posso raggiungerla / dove l’erba falciata sbianca. / Sono i miei pensieri piú antichi / i rami nel buio, la terra guardata.». È una breve poesia tratta dell’ultimo libro di Gian Mario Villalta, il primo della collana “Arte Poetica” del sempre lodevole editore Luca Sossella (ricordiamo l’antologia Parola plurale, tanto ricca nei contenuti e nella mole quanto parca nel prezzo e il secondo volume di questa nuova collana, Arresti frequenti, che raccoglie le poesie di Michel Deguy tradotte da Mario Benedetti). In questa piccola poesia c’è quasi tutto il poeta Villalta. Proverò a dire il perché di questa convinzione.
Già nella plaquette Nel buio degli alberi, apparsa qualche anno fa e riproposta con una scelta di dodici poesie nella sezione centrale di questo volume, Villalta aveva introdotto due elementi portanti della sua nuova stagione poetica: il buio e gli alberi. Il primo elemento addirittura ritorna nel titolo del presente volume, i secondi sono una presenza invasiva e appaiono continuamente nei versi di Villalta. C’è la terra, prima attiva (“s’incurva”), poi passiva (“guardata”). Infine ci sono i pensieri che si presentano nella loro materialità: i pensieri sono (si noti la posizione del verbo essere all’inizio di frase e di verso) i “rami nel buio” e la “terra guardata”. Questi pensieri sono qualificati come “antichi”. Dall’attenzione costante per le materie che studiano il cervello, le neuroscienze, l’autore ha probabilmente ricavato questa capacità di stupirci con l’aggettivazione, dicendo ma non affermando, grazie a quella reticenza che è propria della poesia migliore, delle epoche che fanno la storia del nostro cervello, del simulacro dell’identità personale e dell’anteriorità di questi pensieri rispetto ad altri (il valore di “antichi” è qui etimologico, qualcosa che sta “dinanzi”).
Ma non è finita: c’è il movimento attivo (“Sono venuto qui”; nell’attacco di un’altra poesia leggiamo “Corro incontro alla terra / dove sono gli alberi.”), e tutta la poesia di Villalta sembra nascere e nutrirsi di una nuova interessantissima concezione del movimento, ben spiegata nella citazione del neurofisiologo Alain Berthoz, dove si evince che il nostro cervello costruisce lo spazio “in unità legate all’azione”. Anche quel “posso raggiungerla”, che nella nostra poesia è riferito alla terra, dà la misura dell’importanza di un nuovo senso del movimento che si percepisce alla lettura di queste poesie. C’è un utilizzo personale della proposizione concessiva (“anche se è buio”) che maschera una proposizione causale: il poeta è giunto fino a quel punto perché è buio, per ritrovare i rami nel buio, per ritrovare i suoi pensieri più antichi. Ci sono la terra e l’erba falciata, unico elemento a richiamare l’attenzione su un’azione di altri uomini. Proprio il suo essere falciata le conferisce quel colore tendente al bianco che si innesta come unico elemento di chiarore nel corpo della lirica (e si veda con quali interessantissimi risultati il fortunato binomio luce/buio sia interpretato da Villalta in tutta l’opera). Forse l’unico elemento ricorrente nella poesia di Villalta non presente in questo testo è il cielo, ma è come se fosse richiamato per deduzione, laddove “si incurva la terra” o nei “rami nel buio”, la cui visione presuppone l’alzare gli occhi all’insù.
Non vorrei che questa recensione si trasformasse in una specie di lezione su una singola poesia quando, nella realtà, tutte le singole poesie meritano la nostra attenzione e quand’è il libro intero, nella sua costruzione, a reclamare l’attenzione di un pubblico allargato. Ogni singola sezione infatti ci porta per mano attraverso i pensieri e i luoghi dell’autore. Credo che questo libro dica molto della predominanza di un fattore spaziale così congeniale alla poesia contemporanea, non fosse altro per una certa difficoltà a raccontare il tempo o i tempi che si accavallano nella vita e nel cervello di un poeta o forse anche perché, nelle poesie più belle, sono gli spazi a dire del tempo (abbiamo l’esempio lampante ne L’infinito di Leopardi).
Nella sezione inaugurale, In pensiero di casa, le mura dell’abitare sono trattate come punto di partenza per una ricognizione sugli affetti e sulle persone. Nella bellissima poesia intitolata Domenica leggiamo: «E le galline, le pietre, i cancelli, i meli / non stanno più nel nome. / Vengono un poco per dirci addio / nei nostri bei sensi terrestri. / Tornano alla mente.».
In Atto Unico Villalta accenna un dialogo con il fratello morto: «Ho aspettato la fine della giornata, e la stanchezza / per accostarmi a questa terra / e non ho portato fiori, / perché li ha fatti la terra, i fiori, e se li prenda. / Ti ho portato le mani, le ho posate / su questa terra squadrata, perché le mani / le ha fatte nostra madre e non possiamo renderle.»). In seguito il dialogo sembra interrompersi e l’autore riflette sulla morte apertamente, quasi chiamando in causa il tu (vivo) che sta leggendo e concedendo al dialogo, in questo modo, la possibilità di trasformarsi in qualcosa di diverso: il pensiero di una persona morta dentro una persona viva («Così si manca per astio / da una casa, così si va via / per sporcarla, / lasciando là tutto per sempre / nel disordine di ogni giorno.»).
Dopo la già ricordata sezione centrale Nel buio degli alberi, il corpus determinato dalle due sezioni Ritorni istriani e Regione ci mostra nettamente il poeta ipervisivo, in un modo del tutto speculare alla già discussa possibilità-capacità-volontà di “vedere al buio” («Di tutti i sensi il vedere ha più festa», si legge nella poesia Gli occhi, le mani). Sono queste le due sezioni dove la solidarietà poetica con Mario Benedetti sembra più marcata, forte di un comune intendere il fare poesia: enumerazioni di cose viste («Lato di case dall’autostrada. / Un bosco alto e veloce / più vero nel retrovisore / con la musica piena, il bagliore.»), elementi di un paesaggio che agiscono, fanno qualcosa, si trasformano («La spiaggia scura curva alla nube / sotto una scaglia d’acciaio che illumina / la cupola dell’acquedotto nella pineta / dove la foce sbiadisce.»), sovrapposizioni, descrizioni o soluzioni che si comportano quasi da metatesi visive («Sul ponte il cielo è inevitabile, / prende gli occhi nel vuoto in alto - / brevi cerchi incendiati, splendide nubi. / Della bambina gigante si vedono i tubi / sotto il braccio che chiama al parcheggio.»).
Villalta afferma: “Quello che vorrei fare […] è far entrare dentro di me le cose al punto tale da dirle come sono semplicemente. Tecnicamente funziona attraverso semplificazioni, passaggi e divieti come in ogni forma d'arte […]”. Sembra facile a dirsi. Fare poesia alla luce di quest’autodisciplina è invece un’azione tutt’altro che facile e diventa oggi l’opportunità per instaurare nuove esperienze di lettura ricche e persino imprevedibili negli esiti. Forse è davvero un segnale incoraggiante che questa nuova collana, dalla quale è lecito aspettarsi molto, possa beneficiare dell’abbrivio di questo libro e di quello di Deguy, tradotto proprio da Benedetti. Per l’editoria di poesia un grande inizio, per Villalta un approdo editoriale all’altezza di quello che scrive da anni e con successo crescente (la mia copia di Vedere al buio appartiene alla prima ristampa).

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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