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.: M. Belpoliti, Le foto di moro ,
Nottetempo, € 3 / G. Agamben, Che cos'è il contemporaneo?, Nottetempo,€ 3 :.
 
di Alberto
Cellotto
Leggere leggero. Questo sembra il motto che permea le pubblicazioni della bella collana “i Sassi” di Nottetempo. E non perché parliamo di letture di svago o intrattenimento, ma perché questi libri, a dispetto del nome che portano, pesano solo qualche grammo, si leggono in una manciata di minuti e sono sassi nel momento in cui riescono a creare dei concentrici aloni di riflessione attorno ai temi che trattano, proprio come un sasso gettato in una pozza stagnante. Una nuova tendenza editoriale, quella del piccolissimo formato, il quale riesce a strappare tempo e spazi alla frenetica e spesso inconcludente vita di oggi, strizzando l’occhio anche all’aspetto del comfort della lettura (portarsi a letto un mattone di 800 pagine non è il massimo per concludere una giornata).
Ed ecco che questi due ultimi nati in casa Nottetempo sono libri accomunati da un simile interesse per il contemporaneo: il primo è un testo che, cogliendo l’occasione del trentesimo anniversario del rapimento e della morte di Aldo Moro, inizia una riflessione inedita sul materiale fotografico prodotto dalle Brigate Rosse sull’ostaggio politico (fino ad arrivare alla celeberrima foto del cadavere dello statista dentro il bagagliaio della R4 rossa) alla luce delle indicazioni di Roland Barthes e John Berger (e probabilmente - aggiungerei - anche del grande studioso francese Georges Didi-Huberman). Non va scordato che Belpoliti, autore di Doppio zero, è probabilmente il principale esponente, studioso e divulgatore del filone del pensiero visivo della contemporaneità. Il secondo, un testo del filosofo Giorgio Agamben scritto per la lezione inaugurale del corso di Filosofia Teoretica presso la Facoltà di Arti e Design dello IUAV di Venezia, la contemporaneità la affronta sin dal titolo, con una domanda che non ricorre a giri di parole o sotterfugi: che cos’è il contemporaneo?
Abbiamo quindi davanti due libretti che affrontano temi tutt’altro che leggeri. Lo spunto interessante di Belpoliti, il quale scrive di messaggi che si intersecano - quelli lanciati dai brigatisti da un lato e dall’ostaggio democristiano dall’altro - è l’interpretazione in chiave pubblicitaria del materiale delle BR. C’è tutto per parlare con gli stessi termini di un attuale tableau: il logo delle BR retrostante al corpo, l’immagine dotata di una certa inquadratura sbilenca, i vestiti dello statista e poi il fatto stesso che l’immagine fu inserita all’interno delle pagine di un giornale, circondata da altre forme di comunicazione pubblicitaria. In questo rapido discorso di Belpoliti, c’è spazio anche per l’analisi del cortocircuito comunicativo e del senso di irrealtà creato dalla foto dello statista pubblicata da La Repubblica nella quale si vede in mano a Moro una copia dello stesso giornale che titola “Moro assassinato?”. Belpoliti confessa: "Da trent'anni, ogni volta che rincontro quella foto, […] ho l'impressione che l'uomo politico democristiano […] continui a guardarci negli occhi". In questa frase Marco Belpoliti sembra offrirci l’ancoraggio per arrivare a parlare del testo di Agamben sul concetto di contemporaneo, il quale, in chiusura, citando Benjamin, scrive che “l’indice storico contenuto nelle immagini del passato mostra che esse giungono alla leggibilità solo in un determinato momento della loro storia”. Che siano ormai giunte alla leggibilità piena quelle foto del Moro rapito?
Passiamo ora al testo di Agamben, il quale, con ritmo incalzante, si articola in più passi. Partendo dal Nietzsche delle “Considerazioni intempestive”, da quel filosofo che critica fortemente la “febbre della storia” e della cultura storica, Agamben ci parla di contemporaneità in termini di intempestitività e di non perfetta adesione tra il soggetto e il proprio tempo. Contemporaneo è, sempre seguendo il dipanarsi del discorso di Agamben, colui che tiene lo sguardo fisso sul proprio tempo per percepirne, più che le luci accecanti, gli intervalli di buio (qui l’ispirazione è di natura neurofisioligica e nasce dai più aggiornati studi in materia di percezione visiva). Inaspettato forse il terzo momento della riflessione di Agamben, riguardante la moda e la sua altalenante aporia sospesa tra attualità e inattualità, tra il non ancora (il momento in cui uno stilista traccia un segno su un foglio) e il non più (quando qualcosa è “fuori moda”). Il tempo di questa è "costitutivamente in anticipo su se stesso e, proprio per questo, sempre in ritardo". La moda possiede la libertà di istituire col tempo stesso (passato e futuro) libere relazioni che possono rievocare, richiamare e dare nuova vita a ciò che era stato dichiarato morto. Da questa relazione libera nasce una quarta riflessione sul contemporaneo visto come arcaicità del presente, prossimità con l’origine: il presente intuito come “parte di non-vissuto di ogni vissuto” porta l’autore ad affermare che contemporaneo è il ritorno “ad un presente in cui non siamo mai stati”. Quest’avvincente corsa attraverso alcune delle possibili definizioni del contemporaneo si conclude con la chiamata in causa della contemporaneità di chi sa leggere il proprio tempo, sa trasformarlo e inserirlo, obbedendo ad un’esigenza interiore fortissima, in fasci di relazioni che possano restituire una lettura inedita della sua storia. Non dimentichiamo che questo testo, in origine, costituiva “solo” la lezione inaugurale di un corso universitario dove, teor(et)icamente, si formano gli architetti, gli urbanisti e i progettisti di domani. Chissà che questa cavalcata attraverso le definizioni possibili del contemporaneo possa aver dato loro una profonda scossa.
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