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Mario Benedetti, Umana gloria, Mondadori, 2004 :.

di
Alberto Cellotto
Umana gloria
è probabilmente il miglior libro di poesia degli ultimi anni. Un
'canzoniere' che raccoglie gran parte delle poesie distillate da Mario
Benedetti in piccoli libri pubblicati da altrettanto piccoli editori negli
ultimi dodici anni.
L'uscita di Benedetti nella collana mondadoriana non deve far pensare
a una canonizzazione editoriale tardiva di un percorso davvero avvincente.
Questa pubblicazione, che si auspica dia al poeta friulano la meritata
notorietà, nulla toglie e nulla aggiunge alla ventata di novità
che la sua voce ha portato sin dall'esordio, con I secoli della Primavera
(1992).
Il verso e la strofa di Benedetti spiazzano spesso il lettore. Il poeta
non ha belle immagini pronte a colpire ma una non comune rapidità
nel veicolare il proprio pensiero in una sintassi a dir poco originale,
rallentata sovente dal verso lungo. Benedetti non ha paura di ciò
che scrive, gli accostamenti più arditi di versi e strofe mai rischiano
la forzatura. Tesse un intreccio di traiettorie di ricordi, di percezioni
(acutissime nei luoghi) e di un'immaginazione vivissima. La bellezza della
poesia si regge con l'equilibrio fragile di semplicità di dettato
e complessità sintattica. Su quest'equilibrio si assestano i risultati
più alti: "Mi guardi poco questa sera / viso su una bicicletta
che arrivava / in un modo che a rifarlo / ci vorrebbero le persone e le
cose / che mi facevano esistere allora. // Parte dei miei occhi è
sotto la tua giacca, / parte nelle farfalle in cui si sfa il mobiletto.
/ Stanco di me mi chiedi di stare giù / nella figura delle donne
nelle guerre, / giochi della sopravvivenza di una pelle cattiva. // Il
cielo è grigio sul ferro della ringhiera, / le farfalle del mio
piangere ci tengono lì. / E la voce che mi chiamava, dal tramonto
usciva / e andavamo sul balcone a muovere i gerani. // Dalla nuvola si
schiariva una figura, / da vicino io ridevo nella sua bocca. / Strade
e visi uno dentro l'altro, / e era tutta la mia vita."
L'atlante di Benedetti ha pagine limpidissime, che vanno dal Friuli-Slovenia
a Milano (città dive vive e lavora), sino alla Bretagna. Luoghi,
come posti dove pensare la vita, gli affetti, i morti, il tempo e la letteratura
stessa (magari in citazioni più o meno nascoste), dove è
ancora possibile praticare una radicale svolta della percezione e della
parola: "Hanno gli occhi provati dal mare, dal grande cimitero marino.
/ Anche la fabbrica nucleare tiene le navi lontano / con i suoi tubi alti
e chiusi, con il ferro di un porto innaturale. // La volpe stasera non
è venuta, le galline aspettano la mattina. / La capra legata fa
in modo di restare vicino ai due bambini e grida. // Mangiamo sempre dalla
signora Auderville, io per ascoltarla: / Prévert era una persona
di modi semplici, mangiava qui a volte. // Salendo, la casa è ciò
che vogliamo vedere, / le ortensie, l'acqua che sgorga infinitamente nella
canaletta di legno. // Piove. Il vento è quasi freddo. D'autunno
come saranno / queste pietre con i nomi nel cespuglio di piccole rose?
// A Brest è piovuto una volta per sempre. / Un viso, una corsa
sono stati amati per sempre, per sempre. / Ti guardo dalla sabbia che
sembra non finire nemmeno lì dove sei."
Da tempo non leggevamo ritratti essenziali e intensi come quelli che si
trovano in Stanca madre, Per mio padre o Una donna e il suo bambino. Ciò
che riuscirà a conquistare l'attenzione sarà, di volta in
volta, la naturalezza di un'osservazione o la concretezza della fantasia.
Alcuni momenti sono come illuminati da una genuina ingenuità e
potrebbero lasciare interdetto chi è rimasto fermo (sì,
letteralmente fermo), negli ultimi anni, a causa di un'indigestione di
poesia tanto furba e ammiccante, nella lingua e nei contenuti. Benedetti
non ha certo come idolo polemico questa poesia, anche se, indirettamente
forse, riesce come pochi a calamitare il lettore riportandolo, con delicatezza,
su binari piani, drammaticamente semplici: "Ho le mani che mi tengono
alla ringhiera, / così come sono vestita, come in una fotografia
/ che si passa tra le mani / e viene fuori qualcuno che ancora può
vivere tanto. // Ho le mani, vedi, come spiegarmi, il polsino / come una
pelle con le righe che vengono fuori. // Ho uno sguardo di cose a cui
piace stare lì un poco. / Lo zucchero, i piatti, e la promessa
di tutto questo / quando qualcuno ride e c'è il cortile, / o piange,
e tu gli parli, gli racconti in casa."
Le poesie di questo libro hanno la capacità di arrivare dirette,
sgorganti dal pensiero senza elaborazioni. Così dirette da porre
subito la questione se la poesia debba intendersi come una promessa di
verità, e, come tale, qualcosa di incisivo, invadente (nei pensieri),
schietto da far male. E così una poesia può essere simile
a un albero potato drasticamente, nel quale sono i rami più impensati
a germogliare verità. Accade nel testo d'apertura: "Lasciano
il tempo e li guardiamo dormire, / si decompongono e il cielo e la terra
li disperdono. // Non abbiamo creduto che fosse così: / ogni cosa
e il suo posto, / le alopecie sui crani, l'assottigliarsi, avere male,
/ sempre un posto da vivi. // Ma questo dissolversi no, e lasciare dolore
/ su ogni cosa guardata, toccata. // Qui durano i libri. / Qui ho lo sguardo
che ama il qualunque viso, / le erbe, i mari, le città. / Solo
qui sono, nel tempo mostrato, per disperdermi."
È probabile che più di qualche lettore si avvicini a questo
libro scoprendo quello che Celan chiamava "il mistero dell'incontro".
L'incontro con una poesia che non possiamo non fare nostra e che si radicherà
presto nella nostra esperienza come una promessa di verità del
pensiero e della parola. Nessun lettore troverà ostacoli nell'avvicinarsi
a Umana gloria. Saranno piuttosto i lettori della critica a vedersi costretti
all'urgente ricerca di nuovi strumenti, filosofici e retorici, per leggere
in tutta la sua importanza questo libro. Per ora possiamo limitarci a
ipotizzare questa 'strana' situazione, che può sembrare buffa,
ma che in sé, per riflesso, già conterrebbe grossa parte
del valore e dell'attualità di questo 'canzoniere'. Il primo riservatoci
dalla poesia italiana per questo inizio di secolo. Un inizio che fa ben
sperare, ma che suggerisce anche di non sprecare subito tante parole.
Una volta tanto la lettura e la rilettura delle poesie valgano davvero
di più di qualsiasi paratesto.
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